Gli italiani a Lanzarote sono ormai una presenza costante. A livello ufficiale (dato a dicembre 2013), i residenti italiani sull’isola erano 2.331, appena l’1,64% della popolazione di diritto dell’isola (141.953 abitanti totali) e la sesta comunità, in ordine di importanza, dopo quella locale, inglese, marocchina, tedesca e colombiana. Incredibilmente, i dati ufficiali dicono che siamo più numerosi dei cinesi e degli indiani, cosa che fa sorgere qualche dubbio sulla reale esattezza di questi numeri.
Di fatto, la presenza italiana sta aumentando di settimana in settimana a causa della crisi che sta sconvolgendo il Bel Paese: chi arriva col ferry, portandosi dietro quello che può, auto inclusa, e chi arriva con l’aereo, lasciando ad altri momenti la spedizione del “resto” dall’Italia tramite container od altri mezzi…
Ma ancora non mi azzardo a definire che la nostra sia una comunità: troppi interessi differenti tra i singoli, e non basta l’amore per la pasta o per la pizza a “legare” della gente, specialmente su un’isola dove le pizzerie sono inflazionate, e neppure il “campionato di calcio” o la Gazzetta dello Sport, un tempo collante anche per persone che di sport non ne sapevano nulla, produce effetto… Ora l’italiano che arriva è differente e si lega in piccoli gruppi, a seconda degli interessi, e non si sente parte di una “comunità” più grande ed estesa… Quella che si definisce “italianità” non è più un legame che unisce…
Che gli italiani siano 2000, 3000 o più non è poi così importante… non sono i numeri di Fuerteventura (nella sola Corralejo, più di 6000 italiani, residenti o meno…) e quindi la “comunità” è ininfluente sulle decisioni politiche ed economiche che possono essere prese a livello municipale o governativo. Questo però non significa che la presenza italiana non incida sulla vita “sociale” e commerciale dell’isola.
Ormai quasi ogni settore locale conta almeno una nostra presenza tra le sue file, nel bene o nel male. Inutile dire che la maggior parte degli italiani, residenti e non, arrivano ad occuparsi di ristorazione, non importa con che ruolo, ma non mancano i casi di imprenditori di alto livello, di professionisti (avvocati, consulenti, medici, dentisti), di artigiani; per non parlare di impiegati, dipendenti, ecc… Quindi una presenza variegata ed eterogenea.
Il fatto che non esista un centro di ritrovo “ufficiale”, come avviene invece in altre isole od in altri paesi, non contribuisce alla crescita della comunità (e come “crescita”, intendo una sua “ufficialità” e quindi un riconoscimento anche a livello istituzionale). Negativo? Positivo? Dipende, come sempre, da che lato lo si vuole vedere. Non essere una comunità non obbliga ad avere un “capo” riconosciuto ed ufficiale, e la cosa può essere vista positivamente, visto anche l’attitudine di molti di autoproclamarsi “tutori” o “consiglieri” per italiani quando poi l’intento è di vendere un prodotto od un servizio proprio a questi “compaesani”; per contro, manca una personalità forte che possa far capire alle altre comunità che gli italiani non sono solo quelli da “pizza e mandolino”, che non parlano tutti come Don Vito Corleone e che esiste gente che può offrire professionalità e “know how”, malgrado la classe che ci rappresenta a livello mondiale.
Quindi… un impegno duplice per l’emigrante italiano del “terzo millennio” sull’isola di Lanzarote: “sopravvivere” in modo onesto e far crescere questa “armata di Brancaleone” che ancora non è un “esercito”.
Pier Paolo Zini