La Gomera – Un mondo che cambia

gomeramap_bigGiù dove il drammatico Barranco di Erques incontra il mare, sotto l’abitato di La Dama, un luogo un tempo vivace chiamato La Rajita, dorme sotto il sole, mentre le sue finestre rotte sbattono spinte dalla brezza del mare. La Rajita era precedentemente uno dei centri dell’industria della pesca di La Gomera, grazie ad una fabbrica gestita dalla società Lloret y Llinares con base a Alicante, e fino al 1960 ha svolto un ruolo importante per l’economia dell’isola. Molte di queste piccole fabbriche di salatura, di trasformazione e di imballaggio del pesce, sono nate nel XIX secolo e dal 1920 sono state assai fiorenti, grazie alla situazione dell’isola e la sua topografia. La Gomera è situata su una delle rotte principali di migrazione del tonno (e lo è ancora, ma la popolazione del tonno di oggi in confronto è minuscola). C’è anche un’ampia piattaforma costiera dove le valli incontrano il mare. Il profitto potenziale di questo fiume di cibo che passava, unitamente alla relativa facilità di costruzione di fabbriche ittiche costiere, fu presto sfruttato in modo efficiente. C’erano tre di tali impianti sulla costa meridionale dell’isola, uno dei quali prosperò dal 1909 al 1986 a La Rajita. Nel corso degli anni ‘60, tre quarti di tutti i pesci sbarcati nella provincia di Santa Cruz de Tenerife, cioè, sulle isole di Tenerife, La Palma e El Hierro, così come La Gomera, sono stati lavorati da questi tre impianti, due dei quali erano in valli isolate, e il terzo a Playa Santiago. Gli anni ‘60 annunciarono la fine del loro periodo di massimo splendore. Vari fattori, come ad esempio una flotta obsoleta, le barche-fabbrica giapponesi, l’esaurimento delle zone di pesca, la mancanza di capitali per la modernizzazione e la crescente domanda locale per salari equi, unitamente alla disponibilità di manodopera a basso costo in Nord Africa, hanno causato la crisi del settore. Nessuno dei tre impianti è sopravvissuto, nonostante questa promettente relazione dei primi anni ‘70 dell’Agencia de Extensión Agraria: “La fabbrica di conserve a La Rajita su La Gomera lavora il pesce pescato nel sud dell’isola, le specie più importanti sono il tonno e lo sgombro. La fabbrica fa anche il “caviale Gomera”, che è molto apprezzato (con uova di sgombri e orate). La Rajita ha una produzione annua di circa 2.400 tonnellate”. Molti lavoratori andavano tutti i giorni in fabbrica in barca, tempo permettendo, dalla vicina Valle Gran Rey. Le donne lavoravano come pulitori di pesce e confezionatori, gli uomini come commercianti e pescatori. C’era una sola realtà, la fabbrica di cemento, circondata dalle case degli operai, barche che fungevano da abitazioni per la piccola flotta di pesca, un molo, un campo da calcio, un negozio, un mulino per il gofio, i pollai, i recinti per le capre, una scuola fiorente e una cappella. La popolazione di La Rajita è lentamente diminuita quando la fabbrica ha chiuso. Verso la fine degli anni ‘80, le ultime famiglie se ne sono andate. Il movimento turistico di Valle Gran Rey stava crescendo, offrendo occupazione. La strada di accesso tra La Dama e La Rajita era in cattive condizioni e, in ogni caso, c’era poca o nulla possibilità di lavorare o divertirsi a La Dama.

Alcuni lavoratori hanno trovato occupazione nella cooperativa che coltivava banane, ma la scuola dove i figli di La Rajita sono stati trasferiti era minuscola, con i bambini tra i tre e i dodici anni in una stessa classe. Il colpo di grazia è venuto con l’offerta di case popolari di nuova costruzione a Valle Gran Rey per la restante popolazione di La Rajita. E’ diventata una città fantasma. La gente l’ha visitata in barca, o ci è andata a pescare in estate. Per alcuni anni, gli ex-residenti hanno visitato la patrona, Santa Marta, nel suo giorno di festa, fino a quando anche lei è stata trasferita a Valle Gran Rey. L’unica vera emozione a La Rajita per quasi 20 anni è stato l’arrivo della rumorosa dell’annuale processione estiva di barche decorate da Valle Gran Rey, con fuochi d’artificio, per celebrare la Festa del Carmen (la festa patronale del Santo dei pescatori).

Gli inviti a preservare La Rajita e aprirla come centro museale di documentazione di una parte importante della storia dell’isola sono caduti nel vuoto. Per i politici più intraprendenti c’erano apparentemente più soldi da guadagnare sottobanco distribuendo permessi e favorendo le autorizzazioni (illegali) per i principali operatori del boom del turismo, e questo prima che la conservazione del patrimonio divenisse non solo di moda, ma addirittura finanziata. Vecchie fabbriche di pesce? Lascia perdere. La Rajita, come la bella La Cantera alcune baie più avanti lungo la costa, pian piano si sono letteralmente sbriciolate. Le macchine sono scomparse, così come ogni altra cosa di valore. Poi, nel 2007, in mezzo a tanto strombazzare, “qualcuno” ha dichiarato: “Dobbiamo preservare La Rajita per le generazioni future”. (Tradotto: andiamo a radere al suolo ciò che resta della Rajita e facciamo un po’ di bei soldini). La Rajita è una zona protetta, ma questo è un dettaglio minore quando si scontra col denaro, e così è andata, almeno in un primo momento.

Gli esponenti del “consorzio multi-nazionale” italiano sorridevano accanto alle autorità locali magnificando i dettagli del resort a cinque stelle che doveva essere costruito a La Rajita, senza troppo crucciarsi con le preoccupazioni ecologiche. Successivamente sono stati spesi circa 3 milioni di euro per la nuova strada di accesso, e molti altri sono serviti per distruggere il vecchio villaggio e la fabbrica. C’è stata una deplorevole fuoriuscita di petrolio in mare derivante dalla demolizione delle vecchie tubazioni fatta forse un po’ alla carlona, ma non formalizziamoci, è normale rompere le uova per fare una frittata, poi tutto sarà assolutamente fantastico. Sei anni dopo, il Partido Popular all’opposizione sta finalmente facendo domande circa l’intera spiacevole faccenda, perché tutto è andato a signorine allegre: “Il chilometro della strada per La Rajita è stato il secondo più costoso sull’isola. Qualcuno dovrebbe spiegare perché è stato fatto un tale grande investimento, causa di danno ambientale, per un progetto poi fallito, che era illegale fin dall’inizio. La strada è ormai pericolosa a causa della caduta di sassi e la mancanza di manutenzione, e addirittura è dubbio che l’assicurazione del Cabildo possa coprire eventuali danni risultanti da incidenti o infortuni sulla strada. Un altro chiaro esempio di cattiva gestione delle risorse dell’isola, insieme con l’apparente cecità dell’Environmental Protection Agency a tali trasgressioni “ufficiali”, mentre persegue e multa inesorabilmente i singoli isolani per questioni minori“.

(Franco Leonardi)