K2, 60° della “conquista”

pag15_compagnoni-Lacedelli_cima-K2Era il 31 luglio 1954 quando Lino Lacedelli e Achille Compagnoni mettevano per primi il piede sulla vetta del K2 (seconda montagna più alta del mondo). Una spedizione storica, guidata con piglio militaresco da Ardito Desio e seguita da forti polemiche per la famosa vicenda di Walter Bonatti, vicenda che si è trascinata per oltre cinquant’anni fino al riconoscimento delle ragioni del grande alpinista lombardo. Dimostrando l’ennesima “figuraccia” da parte di “famosi” o “mafiosi” (la desinenza sempre quella) personaggi italiani come Ciampi e tutto il CAI. (NdR: L’Italia è un paese di complici, dove non esiste solidarietà tra onesti, ma solo scambio tra diversi interessi, dove il sogno di Desio doveva restare immacolato. Dove solo Lui doveva essere infangato, disprezzato, accusato. Non solo, ma qualsiasi controversia non viene mai affrontata, si preferisce accantonarla, non prendere la responsabilità di una scelta).

La spedizione al K2 è stata una spedizione alpinistica italiana patrocinata dal Club Alpino Italiano (CAI), dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), dall’Istituto Geografico Militare e dallo Stato italiano, e guidata da Ardito Desio. La via seguita fu lo Sperone Abruzzi e i due alpinisti che raggiunsero la vetta furono Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, con il supporto dell’intero gruppo. Un contributo fondamentale fu fornito da Walter Bonatti e Amir Mahdi che, con un’impresa senza precedenti e affrontando il rischio della morte in un forzato bivacco notturno in piena “zona della morte” a oltre 8100 metri di altitudine, trasportarono a Compagnoni e a Lacedelli le bombole d’ossigeno, rivelatesi poi essenziali al compimento della missione. Gli alpinisti della spedizione vengono celebrati come eroi da una nazione che sta ancora facendo i conti con le umiliazioni e la miseria derivate dall’ultima guerra. Ma la versione ufficiale sull’impresa alimenta veementi polemiche. La più importante, quella che durerà per oltre mezzo secolo, riguarda la ricostruzione delle ore che precedettero la conquista. Bonatti rischiò la vita passando la notte sul ghiaccio, all’aperto, a ottomila metri: perché? I pakistani pensarono che volesse precedere i suoi compagni sulla cima: era possibile? Compagnoni e Lacedelli, gli alpinisti che raggiunsero la vetta, dissero che le bombole di ossigeno si esaurirono duecento metri più in basso: che cosa era successo? Irriducibile e orgoglioso e assetato di giustizia, Bonatti per cinquant’anni smontò le bugie che lo riguardavano e ricostruì pezzo per pezzo quella che infine verrà riconosciuta come la verità di un “giallo alpinistico” che ha emozionato il mondo e ancora portato onta alle “istituzioni italiane”. «Ore 23 cinque cuori esultano per la stessa conquista, nella stessa tenda all’ottavo campo. I loro nomi sono Abram, Gallotti, Compagnoni, Lacedelli ed io: in questo momento e solo per questo momento mi impongo di dimenticare il resto. Ma cancellare per sempre dalla mente una simile esperienza sarebbe ingiusto. Fatti come questo segnano indelebilmente l’anima di un ragazzo e ne scuotono l’assetto spirituale, ancora acerbo». Cosi Walter Bonatti conclude il resoconto degli ultimi avvenimenti relativi alla fase finale della conquista, descritti nel capitolo K2-Gli ultimi campi. Una conclusione amara, come amaro è, del resto, il libro. Amaro perché questo è il sapore della verità sulla spedizione italiana al K2. E’ una storia, come afferma Rob Buchanan, redattore di «Climbing», «di confusione, tradimento e spudorata ipocrisia come nessun’altra nella storia dell’alpinismo». La descrizione di Bonatti è accurata e, nonostante la severità degli argomenti, il libro scorre come una piacevole ed avvincente lettura, guidandoci attraverso 50 anni di emozioni, amarezze, polemiche, denunce e tribunali. Cinquant’anni di tutto ciò e altro ancora; agli occhi di un profano può sembrare assurdo prendersela tanto per una montagna. Ma la montagna in questione si chiama K2 e a conquistarla per “prima” è stata “l’Italia”. Già, ma perché allora tanto disturbo e così grandi conflitti? Ma Bonatti è, nella memoria di tutti, uno degli uomini del K2 per le polemiche che ne seguirono. «Quella notte sul K2, tra il 30 e il 31 luglio 1954, io dovevo morire. Il fatto che sia invece sopravvissuto è dipeso soltanto da me…» scrisse anni dopo l’alpinista. Accusato di non aver fornito l’ossigeno a Compagnoni e Lacedelli, querelò e vinse una causa per diffamazione, fino alla completa riabilitazione riconosciutagli “obtorto collo” solo negli ultimi anni. Da allora scalò quasi sempre in solitaria e dopo il ritiro si dedicò al giornalismo e all’avventura, viaggiando per il mondo e scrivendo libri. Quando nel 2004 il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi gli consegnò il titolo di Cavaliere di Gran Croce, scoprendo di essere stato premiato insieme ad Achille Compagnoni, il primo a salire sul K2 (con Lino Lacedelli), di cui aveva una pessima opinione, con una lettera al Segretario Generale della Presidenza della Repubblica del 25 dicembre 2004, Bonatti restituì quindi l’onorificenza. Walter ci lascia un grande testamento spirituale, quello di un uomo pulito che per le vicende accadute sul K2 è stato calunniato per 50 anni, ma alla fine tutti gli hanno dovuto dare ragione. Secondo Bonatti, «la corsa verso i record ha portato l’alpinismo, come gli altri sport, ai trucchetti. Né io né Reinhold abbiamo inseguito i record». “LA VERITA’ E’ COME IL SOLE, PRIMA O POI SPUNTA SEMPRE FUORI”. Sono parole sue! Un GRANDE, non se ne vedono tanti, in giro…

(dott. Biancamaria Bianchini)