“La strada della sconfitta”… Ebbene non la presi.

raccontiNon mi voltai, non piansi, non risi, senza emozioni, quasi paralizzato dalla paura di andare, scappare, non per sempre, ma per molto tempo, e questo mi rendeva impassibile, quasi come se non stesse succedendo nulla, e io stessi andando semplicemente in vacanza. Le vacanze, quest’ultime mi ricordano una parte della mia infanzia, quando io e mio padre andavamo al mare e giocavamo a combattere, come dei veri soldati, dopo tutto ero un maschio, a cosa potevo giocare d’altronde, e lui era il mio papà, l’unica persona che sarebbe rimasta tutto il giorno a giocare con me anche a costo di annoiarsi, lui rimaneva sempre là, a giocare, quasi fosse un bambino anche lui. La fantasia lo stava incantando. Ora, la fantasia non c’era più, non era finita, non era morta, era messa in disparte. Eravamo partiti, e non c’era più spazio, non c’era più tempo per la fantasia, c’eravamo noi. Io, mio padre e il silenzio, il silenzio di chi non sa, ma di chi spera. Dunque non tornammo indietro verso la sconfitta, andammo avanti, imboccando l’autostrada, compiendo il primo dei tanti passi che avrei dovuto compiere. Sapevo che stavo andando via, che stavo lasciando tutto ciò che mi aveva protetto e nascosto dal mondo, stavo uscendo dal guscio, stavo crescendo, e stavo per andare incontro al mondo, il vero mondo, molto più grande di me. Io non ero pronto, sì certo le valigie c’erano e anche la benzina nella macchina, ma io? Ero pronto? La risposta è no, non ero pronto e ne ero cosciente. Non stavo andando in guerra, non stavo andando a morire per patriottismo, stavo andando incontro alla vita, a vivere, non per scelta, ma costretto dal mio paese, tutt’altro che patriottismo, scappato dalla mia terra, ciò che ti dovrebbe rappresentare mi stava costringendo ad andare via, non sempre, ma per tanto tempo. Domande che echeggiavano nella mente, testarde come un mal di testa, non uscivano più, mille questioni più grandi di me, vagavano nella mia mente, e io guardavo fuori, forse pensando di buttarle via, ma esse non erano fatte per  essere buttate via, esse meritavano delle risposte, la loro nobile natura meritava una risposta. Mio padre, paralizzato forse dai suoi pensieri, in effetti anche lui aveva infinite questioni che vagavano senza sosta, più grandi delle mie, questo era sicuro. Lui guidava e fissava la strada, certo stava guidando era logico che dovesse guardare la strada, ma il suo sguardo non era intento a guardare un cartello stradale che avvisava di rallentare, era intento ad osservare il nulla, un nulla sovrastato dalla paura, paura che teneva nascosta, dentro di sé, nella sua mente, come le lacrime al momento della partenza, in mezzo ad altri infiniti pensieri. Dunque nella macchina oltre al silenzio e ai punti interrogativi che come funghi spuntavano nelle nostre indaffarate menti, non c’era nulla. Ad un certo punto parlai a mio padre, dicendogli “anche tu hai paura?” Sapevo che anche lui era torturato da questa maledetta paura, lo sapevo, dopo tutto era mio padre. Lui rimase fermo, e il suo sguardo da fisso e impenetrabile si vaporizzò, dando spazio alla felicità, alla serenità, un’improvvisa voglia di sorridere. Non volevamo giocare facile, avere tutto pronto, il futuro servito su un piatto d’argento, ma noi avevamo solo una possibilità, solo una, non per  mancanza di volontà, ma per i soldi. I soldi, quanto ho odiato questo termine, essi sono in grado di uccidere e far nascere un uomo, sono stati inventati dall’uomo. E come ogni cosa inventata, essi hanno preso il sopravvento dell’intera esistenza umana,  declinando e decidendo la vita di un uomo, ciò che egli può fare e non può fare. Dunque i soldi ci avevano portato a questo, l’uomo ci aveva portato a questo, e noi scappavamo. La strada ormai, cominciava a diventarci familiare, amica, con i suoi cartelli, e la sua monotonia. Uscimmo dal Piemonte, attraversando i suoi colli innevati, il suo sole così timido, il suo accento che cercava disperatamente di mantenere vivo un dialetto ormai perduto, uscimmo. Entrammo in Francia. Tutto era così più bello e luminoso, era un segno? Il segno di un nuovo inizio, non lo so, sapevo solo di dover stare ancora in quella scatola di lamiera per un paio d’ore prima di fermarci, prima di scegliere dove passare la notte, non lo sapevamo ancora, dopo tutto era un’avventura e noi gli avventurieri, i ricercatori di un tesoro che ci era stato rubato ingiustamente, tesoro contenente la felicità e la serenità di una vita che per ora si accontentava di essere nei nostri pensieri, negli orizzonti e nelle albe, lontane, ma noi stavamo viaggiando, stavamo cercando, stavamo vivendo per vivere una vita migliore, magari con tali orizzonti e albe viste un po’ più da vicini, più felici. Dopo una giornata di viaggio decidemmo di fermarci, guardammo il primo paese più vicino a noi, come un marinaio alla ricerca del primo porto sicuro: decidemmo di andare a Montpellier, non so perché andammo lì, forse perché era il più vicino, questo non ricordo sinceramente, ma il nome ci piaceva, ci rese un attimo più sereni. Sì, eravamo, e siamo, un po’ strani, penso che abbiate capito anche questo. Mi fermo qui cari amici avventurieri, mi fermo dicendovi che finalmente scesi dalla macchina, in una città francese, che trovai immediatamente più addomesticata, meno intossicata dalla modernità, noi? Sempre gli stessi, intasati dalla speranza. Un autobiografia che arriverà fino a qui, alle Canarie, e lì inizierà la parte più interessante, datemi qualche uscita del giornale, un po’ di pazienza, le cose da raccontarvi sono molte, la vita se ci pensate è infinita nei suoi problemi e nei suoi regali, tanto desiderati e cercati, proprio come i bambini che aspettano impazienti un regalo, i regali di natale. Adios cari amici avventurieri, alla prossima.

(Mattia Marseglia)