Una giusta lezione al calcio eroe del patriottismo italico

pag01_Tifoso-ItaliaSpagna-638x425Ci sono tre buoni ordini di ragioni per essere soddisfatti dell’esclusione della nazionale italiana dai campionati di calcio del Brasile: tecnico-sportive, morali e politiche. Si tratta di una comitiva di brocchi, buona per un torneo di parrocchia o per un incontro scapoli-ammogliati: è perciò giusto che sia stata eliminata da un evento che pretende di ospitare squadre serie e capaci di giocare ai migliori livelli. E’ moralmente giusto che siano stati rispediti a casa dei ragazzotti viziati, prepotenti, ignoranti e supponenti; gente che viene riempita di soldi per prendere (malamente) a calci un pallone, in un paese pieno di disoccupati, sottoccupati, gente che fatica a campare e a mantenere la famiglia lavorando onestamente. Dove ci sono pensionati che guadagnano in un mese quanto questi barlafusi (NdR Barlafus o barnafus significa oggetto inutile, cianfrusaglia. In dialetto milanese si dice “quel barlafus d’on omm” per definire un uomo di poco spessore.) ricevono per un quarto d’ora di strafottenze in pantaloncini corti. La loro stessa esistenza è un insulto alle fatiche, alla laboriosità e all’impegno di milioni di persone che lavorano con le braccia e con il cervello: parti anatomiche che il regolamento di gioco impedisce a questi gaglioffi di usare “sul lavoro” e che loro utilizzano volentieri solo per ostentazioni di tatuaggi e capigliature da tamarro. I loro sguardi penetranti e le loro abbronzature riempiono rotocalchi e notiziari, le loro morose (tutte belline, tutte virtuose e dotte) sono oggetto di feticistica ammirazione. Non basta che se ne siano tornati a casa con le pive nel sacco (peraltro sempre pieno): qualche mese a raccogliere pompelmi o angurie in un’azienda agricola irrobustirebbe sicuramente la loro posizione sulla scala evoluzionistica. E’ giusto, provvidenziale e mirabile, che sia stato sgonfiato rapidamente il gigantesco bidone delle implicazioni politico-patriottiche. L’Italia è stata messa insieme con violenze e inganni, e lo è rimasta con violenze, inganni,  menzogne e dosi industriali di bostik propagandistico. In passato prevalevano le guerre, le repressioni e il libro Cuore, in tempi più recenti i patrioti italiani maneggiano principalmente festival di canzonette e grandi quantità di pallone. Gli stadi calcistici hanno preso il posto nelle liturgie tricolori di sacrari, sacelli e altari della patria. Negli stadi si canta l’inno (in realtà – sia per ignoranza che per involontario rispetto per le muse della poesia e della musica – sempre e solo la prima strofa, quella del “siam pronti alla morte, paraponziponzipò”), negli stadi si sventolano le bandiere giacobine, negli stadi si combatte il surrogato della guerra, negli stadi i capipopolo (da Renzi a Genny ‘a carogna) esaltano le folle, negli stadi i moderni gladiatori offrono il loro petto per la patria e per l’onore. L’Italia unita, che non ha mai vinto una guerra o una battaglia senza barare, si trasforma in divinità guerriera inseguendo un pallone in mutandoni. Il calcio è la punta di diamante dell’identitarismo patriottico italiano, ed è un bene per tutta la gente mite e onesta che esso abbia ricevuto una salutare scoppola.  La sera prima dell’ultimo incontro l’allenatore (il comandante supremo, il Cadorna e il Garibaldi della legione italiana) l’aveva chiaramente buttata in politica, accusando di disfattismo e di scarso sentimento patriottico ogni cuore che non palpitasse per il patrio pallone: “L’Uruguay ha un senso patriottico che noi non abbiamo: ricordiamoci che siamo l’Italia, giochiamo anche per la Patria”. Eia, eia alalà!

(di Gilberto Oneto per IlMiglioVerde)