PAG01_081002_IGP_WEB_tradingbannerLe statistiche dicono che le Canarie stanno segnando da molti mesi record di arrivi di turisti stranieri, di occupazione di camere d’albergo e non, del commercio, del trasporto, e anche un miglioramento della disoccupazione. Tuttavia, per gran parte del cittadino medio delle Canarie, la ripresa è lontana. La ripresa è forse iniziata per le grandi aziende, ma le debolezze strutturali dell’economia dell’isola contribuiscono a ritardare i miglioramenti “in strada”. Il settore estero, che comprende i servizi, per quanto riguarda il turismo, ha vissuto una situazione “anomala” dentro la crisi, non solo per merito proprio, ma soprattutto per le problematiche delle destinazioni concorrenti, improvvisamente e inaspettatamente a partire dal 2011, quando il numero di turisti nelle isole è aumentato di un milione di unità. Negli ultimi mesi, anche se il numero di turisti è aumentato, si è ridotto il numero di pernottamenti. E’ vero che il settore vive un buon momento, però il turismo crea sì occupazione, ma forse non al ritmo di cui l’economia delle Canarie avrebbe bisogno, anche se in termini assoluti è l’unica attività che crea posti di lavoro. Ma sono le piccole e medie imprese che sostengono il 70% del Pil, quindi, se non c’è mercato e potere d’acquisto, “non ci potrà essere rimbalzo”, cosa che accade non solo per la crisi, ma anche per le misure adottate per affrontarla, che hanno salvato le grandi imprese e le banche, ma non l’economia nel suo complesso. Inoltre, parlando di recupero, è necessario che le condizioni di lavoro, sia in termini di qualità che di livello dei salari, tornino a condizioni di relativa normalità, perché ora il 90% di quell’economia che si crea è precaria, il che limita il consumo. Secondo i dati, si sta producendo una concentrazione della ricchezza che rimane in poche mani, una caratteristica che l’economia delle Canarie aveva già prima della crisi, ma che questa ha fortemente accentuato. Questo aspetto è il primo dei problemi strutturali che peggiorano la situazione nell’Arcipelago e ritardano la ripresa, oltre alla scadente formazione della forza lavoro. La ristrutturazione degli alberghi, per esempio, richiede una qualificazione maggiore della costruzione, che i disoccupati del settore non hanno. Né vi è gente che sa come creare attività innovative, nonostante  il discorso martellante sulla diversificazione. C’è un grave problema strutturale nella qualificazione del capitale umano, un tasso di disoccupazione del 20% accompagnato alla necessità di importare lavoratori. Per i contratti di lavoro, servirebbe la riduzione degli oneri sociali perché, se l’occupazione è precaria, la gente non spende, ma fa i conti al centesimo di quello che compra. In generale, la vendita al dettaglio è “bloccata”, anche se quella dei servizi riprende. La situazione del turismo varia anche a seconda del segmento di mercato e il tipo di stabilimento in questione. Così, il mercato estero funziona bene, ma tra il 2009 e il 2013 è stato perso un milione di visitatori nazionali. Circa l’86% dei disoccupati canari ha al massimo un’istruzione secondaria e 45 anni o più. Possono dimostrare esperienza, ma hanno una limitata capacità di riconvertirsi. Purtroppo non è facile insegnare l’inglese a 40 anni, dovrebbe essere imparato a tre anni, è una mancanza di base nel mondo del lavoro delle Canarie. (NdR partendo da questi dati e queste considerazioni, un “immigrato” italiano potrebbe considerare le sue convenienze e la possibilità di business e di occupazione)

(Franco Leonardi)