pag11_filmSubito dopo aver assistito alla proiezione di “Deus-Ex-McConaughey” (nella recensione lo chiamerò sempre così per ovvi motivi che spiegherò in seguito), un sentimento fortissimo continua a pervadermi: la rabbia. Questa volta la mia furia non è rivolta tanto agli adepti assolutisti e ottusi di Nolan (sono scimmie, non ne vale la pena), quanto allo stesso Nolan e alla sua eccessiva ambizione.

Complimenti caro Chris, ti sei dato la zappa sui piedi (come si suol dire). Avevi un capolavoro capolavoro su un piatto d’argento: la colpa è solo tua.

Ma partiamo dall’inizio…

La trama è tutto tranne che originale: nella Terra del futuro, vessata da una catastrofe naturale (tempeste di polvere e tanta polvere in casa) dall’origine non specificata, l’ex-pilota Cooper abbandona i figli per intraprendere una missione spaziale. Scopo? Viaggiare verso un’altra galassia alla ricerca di un nuovo pianeta biologicamente adeguato ad ospitare la razza umana così da poterla salvare dall’estinzione. A causa delle distorsioni spazio-temporali a cui è soggetto chiunque valichi l’orizzonte degli eventi di un buco nero, Cooper e il suo team sono costretti a concludere la ricerca in una corsa contro il tempo.

Apparte la banalità e il becero buonismo, attributi (almeno il secondo) abbastanza insoliti nel cinema di Nolan, la sceneggiatura annega spesso in un mare di incongruenze logiche (Cooper trova la Nasa in una fattoria che ospita un laboratorio sotterraneo?) e di dialoghi e situazioni fuori tempo e fuori luogo (l’Eureka finale col lancio dei fogli è imbarazzante). Inoltre l’iperrealismo di Nolan qui ha davvero stufato: accetto che ormai sia un suo habitué ma, almeno in questo caso, prendere sul serio lo script risulta parecchio difficile.
E poi vorrei capire un’altra cosa: visto che lo stile di Nolan di davvero suo ha poco e niente, come fa la gente a dire che questo sia il suo film più personale?
Possedete spiritualmente Nolan ogni giorno per caso? Controllate la sua mente?
Bah…

Arriviamo ora al motivo della mia arrabbiatura, collegata alla mia risposta a un quesito molto facile: Deus-Ex-McConaughey é imitativo o celebrativo?
Se dovessi fare l’elenco di tutte le pellicole che vi ho visto all’interno allora farei prima a elaborare il reebot e il sequel de “La Divina Commedia”: per citarne alcuni, “Contact” di Zemeckis, “The Tree Of Life” di Malick, “Sunshine” di Danny Boyle e, chiaramente, “2001: Odissea nello Spazio” di Kubrick.
Parliamone. Un conto è che tu, mio caro Chris, ti fermi ad imitare SOLO qualche sequenza (anche se il buco nero di Kubrick è diecimila volte più affascinante di quello di Nolan, seppur realistico e fatto benissimo): fino a questo punto rientri nella zona “celebrazione affettuosa di qualcuno che non raggiungerò mai” e rendi felice pubblico e critica. Se poi ti fai trascinare da un’ambizione che non puoi permetterti perché ben al di sopra delle tue potenzialità, allora la tua celebrazione diventa imitazione di cattivo gusto nonché banalizzazione di una scena immensa come il finale di 2001. Mi spiego meglio: nel pre-finale di Deus-Ex-McConaughey, Cooper entra nel buco nero ritrovandosi in una spettacolare quanto affascinante quinta dimensione (questione parecchio confusa sul piano fisico-scientifico ma impeccabile al livello visivo). Il robot TARS, pessima imitazione di Hall 9000, spiega al pubblico di corte vedute che delle misteriose entità, al fine di permettere a Cooper di fare quattro magheggi idioti con lo spazio-tempo per comunicare con la figlia, modificare il passato e salvare la razza umana, hanno modellato l’interno della singolarità affinché ricalcasse le fattezze della mente dello stesso Cooper (poi capirete vendendolo).
È lo STESSO IDENTICO CONCETTO della camera da letto alla fine di 2001. Il problema è che qui viene usato per mandare codici morse tramite le lancettine di un orologio da polso o buttare giù qualche libro, non per permettere all’essere umano di compiere l’estremo passo verso la sua evoluzione definitiva.
Fintanto che ha la dignità di restare su un piano prettamente citazionistico, Nolan non fa danni. Quando copia e banalizza un concetto così potente, tra l’altro dichiarandone spudoratamente il senso a tutto il pubblico in sala, è qui che sfocia nel ridicolo involontario.


Veniamo ora al significato del titolo dell’articolo, idea geniale suggeritami qualche giorno fa da una recensione di una rivista americana: si riferisce a quando Cooper si fionda a sorpresa nel buco nero e da inutile pilota piagnone si ritrova, con due spostate di libri e qualche ticchettio di lancetta, a salvare la Terra e il futuro dell’intera razza umana. Ecco che abbiamo assistito alla comparsa del primo Deus-Ex-McConaughey della storia. Mica roba da poco!

Stendiamo un velo pietoso sull’epilogo, capace di rendere buonista anche ciò che sarebbe altrimenti disturbante (un padre 30enne che ritrova la figlia ormai 90enne su una stazione spaziale, ops spoiler). Peccato, perché al livello visivo è bellissimo. Tutto il film a dire la verità è splendido sul piano visivo: le scene che mostrano la navicella che viaggia silenziosa tra gli anelli di Saturno e poi oltre il buco nero, verso nuove galassie, un puntino minuscolo nell’immensa e quasi sacrale oscurità del cosmo.
Questo da conferma di come Nolan in realtà sia senz’altro un valido regista che però farebbe bene a mettere da parte ambizioni e budget astronomici per tornare alle atmosfere di Following e Memento.
E dire che la parte più interessante di Deus-Ex-McConaughey è proprio il tenero e semplice rapporto tra Cooper e la figlia Murph, rapporto che poteva essere analizzato in un tempo meno lungo di 169 minuti e senza sfruttare l’espediente fantascientifico. Capita spesso durante il film di chiedersi dove effettivamente il regista voglia andare a parare: se sull’amore padre-figlia o se sulla space opera evocativo-filosofica. Le prova entrambe, con tutte le carte in regola per il capolavoro, ma non eccelle in nessuna.

Da ricordare il buon lavoro di McConaughey, della Hataway e della Chastain, un ottimo trio a capo di un cast che Nolan, obiettivamente, sa come gestire (eccetto Matt Damon e la sua storyline, pleonastici entrambi).
Strepitosa la colonna sonora e, come prima accennato, davvero superbo il livello tecnico.

Magari la prossima volta evitiamo di far rispondere “gravity” a qualsiasi domanda formulata ogni due secondi dai personaggi. Poi Cuaròn si sente chiamato in causa…

IN CONCLUSIONE: a metà tra space opera e dramma familiare con cadenze buoniste (brutta deviazione dall’usuale freddezza del regista) Nolan perde l’occasione di una vita sacrificando un possibile capolavoro a una sceneggiatura banale e all’ambizione troppo esagerata di elevarsi a nuovo Kubrick.
Buono il cast (McConaughey su tutti) e colonna sonora, livello tecnico ed effetti visivi da Oscar.

Voto 6/10

di Gianluca Rinaldi