OSCAR 2015 – BOYHOOD di Richard Linklater (2014)

LA TRAMA: 12 anni nella vita del giovane Mason e della sua famiglia. Infanzia e adolescenza scorrono via tra matrimoni, divorzi, famiglie allargate e poi ristrette, amicizie e amori, speranze e delusioni.

L’OPINIONE: è un film che mi ha lasciato senza parole. In molti mi avevano preannunciato la grandezza di quest’opera epica ma non avevo mai creduto loro fino in fondo.

Almeno fino ad ora.

“Boyhood” rappresenta un traguardo unico nella Storia del Cinema: il regista e sceneggiatore Richard Linklater è stato capace di coprire l’arco temporale della finzione con quello della realtà, girando con gli stessi attori e la stessa troupe nel corso di 12 anni (e nel frattempo ha diretto almeno altri 8-9 film, tutti più o meno eccellenti). Il risultato non è un racconto allegro o divertente, né un racconto triste o tragico.

Il risultato è un racconto VERO.

Vero come mai nulla prima di esso. Nessuno prima di Linklater era stato capace di dipingere la quotidianità di una normale famiglia americana con così tanto realismo. Problemi VERI, relazioni VERE.


E’ un film impregnato fino al midollo di veridicità, e l’unico motivo per cui continuo a sottolinearlo è che voglio che si capisca quanto sia davvero importante per il Cinema stesso in quanto forma d’arte.

Per 2 ore e 45 minuti non accade nulla di veramente fondamentale, nessuna scena madre, nessun colpo di teatro, nessun evento rimarchevole, nessun finale ad effetto. Per 2 ore e 45 minuti sembra che Linklater non stia dicendo nulla.

Ma Linklater sta dicendo tutto.

In maniera silenziosa e delicata, la vita di Mason avanza nel tempo: cambiano le amicizie, gli amori, le speranze per il futuro. E cambia l’America, lasciata sullo sfondo ma catturata in tutta la sua diversità di forme, in tutta la sua bellezza (ne è un esempio il finale).

Anche lo spettatore più superficiale non potrebbe fare a meno di ammettere che aver assistito alla proiezione di “Boyhood” abbia rappresentato per lui qualcosa, quantomeno qualcosa di importante.

E’ un’opera di una bellezza unica, strepitosamente viva e affascinante.

Un progetto senza dubbio ambizioso che Linklater porta a pieno compimento con grazia, tenerezza, e straordinaria sincerità, lasciando trasparire un forte senso di nostalgia per il passato. L’esperto Linklater non dirige mai in maniera invadente, preferisce destreggiarsi con uno stile caratterizzato da inquadrature fisse, movimenti di macchina lenti e da un largo uso di piani sequenza che (come successe con Cuaròn per “Gravity”) raggiungono il notevole risultato di aumentare nettamente il realismo delle scene.

A sostenere il regista e sceneggiatore arriva un quartetto di protagonisti strepitoso: i più giovani Ellar Coltrane (Mason) e Lorelei Linklater (la sorella Samantha, nella realtà figlia dello stesso Linklater) sono naturali ed espressivi, permettendo allo spettatore di empatizzare facilmente con i loro personaggi; gli adulti Ethan Hawke e Patricia Arquette recitano con grandissima professionalità, calandosi con perfezione chimica nei propri ruoli. Colpisce soprattutto il personaggio della Arquette, madre-coraggio determinata eppure fragile, incapace di scegliere l’uomo giusto quanto capace nel mantenere fede, a dispetto di ogni avversità, a tutte le responsabilità derivanti dall’aver messo al mondo due figli. Un ruolo vincente che garantirà alla Arquette una quasi certa vittoria agli Oscar.

In definitiva, “Boyhood” rappresenta senza dubbio il miglior film dello scorso anno e non tarderà a venir considerato uno dei pilastri del cinema moderno. Oscar o no, di certo non sarà dimenticato.

Una storia il cui senso ultimo viene interamente riassunto nel dialogo finale: non siamo noi che cogliamo l’attimo.

Sono gli attimi, i costanti qui-ed-ora a cogliere noi.

Non esiste al mondo una cosa più vera.

IL PRONOSTICO: l’ultimo anno in cui il Miglior Film fu anche quello dal Miglior Regista risale all’edizione in cui trionfò “The Artist” di Hazanavicious. Per quanto abbia amato da morire la regia di Anderson in “The Grand Budapest Hotel” e continuando a ritenerla meritevolissima dell’Oscar, non si può fare a meno di considerare che “Boyhood” appartiene interamente e completamente a Richard Linklater: premiare l’uno e non l’altro (se non per la Regia, almeno per la Sceneggiatura Originale) sarebbe come osannare La Gioconda tralasciando Leonardo Da Vinci. Vedremo come si comporterà l’Academy. Personalmente mi dispiacerebbe se “Boyhood” entrasse a far parte del gruppo dei film premiati con l’Oscar senza riconoscimento per il proprio regista, visto che tra il capolavoro di Linklater e il sopravvalutatissimo “Argo” di Affleck e “12 Anni Schiavo” di McQueen esiste una obiettiva e consistente differenza.

Quasi certa la vittoria di Patricia Arquette come Miglior Attrice Non Protagonista (già suo anche il Golden Globe), seri dubbi su Ethan Hawke come Miglior Attore Non Protagonista (il Simmons di “Whiplash” sembra il frontrunner assoluto), buone probabilità per il Montaggio.

Voto 9/10

(Gianluca Rinaldi)