tn_gnp_et_1025_filmLA TRAMA: Riggan Thomson ebbe il suo momento di gloria negli anni ’90, quando impersonò al cinema il supereroe “Birdman”. Ora che il mondo si è dimenticato di lui, Riggan tenta disperatamente di tornare alla ribalta producendo, dirigendo e interpretando sui palcoscenici di Broadway una pièce teatrale di Raymond Carver. Dovrà vedersela con attori capricciosi e psicolabili, critici ottusi e crudeli, una figlia alla deriva, ma soprattutto dovrà venire a patti con se stesso e la sua psicotica e allucinata dipendenza da fama e celebrità.

L’OPINIONE: È un film che non mi ha entusiasmato. Ciò non esclude assolutamente che sia un capolavoro, perché obiettivamente lo è. Saranno state le aspettative esageratamente enormi? Saranno stati gli eccessivi echi di trama e significato a “Il Cigno Nero” di Aronofsky ma soprattutto a quel capolavoro immenso di “Mulholland Drive” di Lynch (che tra l’altro mi hanno permesso di azzeccare alla perfezione l’ultima scena del film già dal primo trailer)? Forse.

“Birdman” è girato come un unico, lungo piano-sequenza di due ore (eccetto qualche secondo nel pre-finale): la telecamera si muove in maniera armoniosa attraverso i rari esterni e i frequenti interni, claustrofobici, talvolta quasi psichedelici ma sempre perfettamente tesi a trasmettere allo spettatore l’intimità tipica del teatro, con pregi e difetti. La tecnica del piano-sequenza è probabilmente la più complessa per un regista, dal momento che un solo errore potrebbe compromettere grandi quantità di girato. Siamo lontani dagli straordinari piani-sequenza che Cuaròn ci ha regalato lo scorso anno con “Gravity”, ciò non toglie che la scelta di Iñárritu sia comunque uno spettacolo per gli occhi di ogni buon cinefilo che si rispetti. Avrà probabilmente infranto qualche record, di certo è un esercizio di regia a dir poco strepitoso che non verrà dimenticato molto presto.pag11_oscar Il poco humor presente è rigorosamente “black”, mentre la vicenda generale possiede toni assolutamente tragici (il finale ne è la triste conferma). Un plauso alla Sceneggiatura che non risparmia momenti di metacinema (soprattutto sullo scenario dei cinecomic moderni) abilmente contaminati con un metateatro di pirandelliana memoria, con omaggi a Malick (le inquadrature delle meduse) e al già sopracitato Lynch (il bacio lesbo tra Naomi Watts e Andrea Riseborough che richiama quello tra la stessa Watts e Laura Harring). Il cast è sullo stesso livello qualitativo della regia: sostenere lo sforzo recitativo richiesto da un’unica lunga scena non è cosa da poco, ma il sestetto all-stars di Iñárritu regge la sfida trionfando sia a livello professionale quanto a quello emotivo. Chiamato ad interpretare un personaggio che allude palesemente ai suoi precedenti cinematografici , Michael Keaton firma l’interpretazione di una vita trascinando sul grande schermo nientemeno che la tragica e disperata caricatura di se stesso, svuotandosi di ogni divismo e ricordo della celebrità che fu. Da notare anche come Keaton riprenda le fattezze e la voce del suo Batman nel dare vita al Birdman alter-ego consigliere del protagonista, una sorta di personificazione ironica e visionaria della follia che affligge la psiche del personaggio. Mr. Keaton però non è l’unico mattatore dello show: oltre ad uno smagrito e serioso Zack Galifianakis e alla Riseborough, a rubare spesso la scena arriva una straordinaria Emma Stone, una grande Naomi Watts che ormai non sbaglia più un colpo (escludiamo il biopic su Lady D.) e uno strepitoso Edward Norton che si diverte ad impersonare nientemeno che se stesso, con tutti i suoi chiacchierati vizi e capricci ma anche le sue paure e timori. L’intenzione del regista è chiaramente quella di mostrare per l’ennesima volta, ma in maniera decisamente innovativa, il lato oscuro dello show-business, puntando nel mirino non solo Hollywood ma stavolta anche i teatri di Broadway. Aldilà delle evidenze, il nucleo tematico del film si scioglie in due momenti precisi: l’inquadratura iniziale/pre-finale delle meduse spiaggiate e della meteora, che spezzano il piano-sequenza, e l’ultima scena nella camera dell’ospedale. Le meduse sono molto importanti, poiché rappresentano l’impedimento che salvò la vita a Riggan la prima volta che tentò il suicidio provando ad affogarsi nel mare… Rivediamo una breve inquadrature delle meduse nel pre-finale, questa volta mentre uno stormo di gabbiani famelici è in procinto di divorarne i corpi giacenti sulla spiaggia. Cosa indica questo? Le meduse simboleggiano, anche se attraverso il dolore, la spinta alla vita, ciò che permise a Riggan di salvarsi. La sua carriera è tornata all’apice, la sua stella è tornata a splendere alta nel cielo, ma Riggan ha compreso troppo tardi che il vero amore non è quello temporaneo e fuggevole ostentato dai fan per le celebrità che amano, piuttosto è l’amore di una figlia per il proprio padre, o di un marito per la propria moglie. Consapevole di non essere più in grado di recuperare il tempo perso e di rimediare ai propri errori.

Voto 8.5/10

(Gianluca Rinaldi)