Un’altra Tenerife… cinquantasei anni fa

pag08_titsa-guagua-1960-puertoIl mese di Ottobre del 1959, avevo 10 anni, mi sono imbarcato, insieme a mamma ed ai miei fratelli Giosuè, Abel, Luisin, Letizia, Ornella, Enzo e Umberto sulla Motonave Bianca C ormeggiata al posto de La Guayra (Venezuela) con destinazione Napoli (Italia). La prima impressione, saliti a bordo in una serata caldo-umida tipica della Guayra, fu di paura. Per me, allora piccolo, la Nave sembrava smisuratamente grande, immensa e con odore misto di salsedine, di vernice fresca, pesce, nafta… odori fortunatamente destinati a divenire subito familiari, specialmente l’intensità dell’odore di vernice. Le operazioni di imbarco erano state lente. Lasciavamo il Venezuela per una lunga vacanza, diceva mia madre, ma ci saremmo dovuti insospettire per il fatto che si caricavano tanti nostri bauli, addirittura la macchina di mio padre, nelle stive, che parevano senza fondo, di quell’immensa nave. Ricordo ancora un “groppo” alla gola e un mal di stomaco all’udire il suono potente, grasso, della sirena ed il rombo dei motori quando, dopo il lancio degli ormeggi, ci staccavamo lentamente dalla banchina. Saluti, arrivederci, addii, lacrime, fazzoletti al vento. Non pensavo, allora, che da quel momento la mia vita sarebbe stata in Italia. Immaginate quanto tempo può durare il cruccio di un ragazzino di 10 anni che si trova, improvvisamente, proiettato in un micro-mondo ben delimitato nei suoi confini ma dove può scorrazzare indisturbato dalla mattina alla sera tra piscina, giochi e amici. Dopo due giorni di navigazione, infatti, conoscevo tutto e tutti, dalla coperta sino alla sala macchina ed iniziava il mio vero approccio con la lingua italiana, visto che il personale di bordo era quasi tutto di provenienza italiana. Ricordo che la nave stette ancorata al largo di una piccola isola in mezzo all’oceano per un guasto all’impianto elettrico. Si avvicinavano alla nave delle piccole imbarcazioni a remi ed i ragazzi del luogo si facevano gettare delle monetine in acqua (dollari) che loro riuscivano a recuperare tuffandosi e rimanendo sott’acqua in apnea per diversi minuti, per poi riemergere sorridenti con la “preda” ben stretta in bocca. La navigazione è proseguita senza ulteriori ritardi. Prima di addentrarci nello Stretto di Gibilterra la nave ha fatto scalo alle isole Canarie, più precisamente a Santa Cruz de Tenerife. Ricordo che era una giornata grigia e nuvolosa ma l’entusiasmo di prendere terra dopo tanti giorni di navigazione era alle stelle. La sensazione che sempre mi ha accompagnato in tutti questi anni, ogni volta che ripenso a Tenerife, è quella di un porto e una cittadina, quella di Santa Cruz, tanto viva, con un gran numero di negozietti e bancarelle colme di artigianato variopinto ed un intenso, forte profumo di “legno lavorato”. Ecco, se dovessi descrivere in due righe cosa ricordo di Tenerife è questo: per un attimo chiudo gli occhi e penso a quel giorno. Sì, sento ancora quel “profumo” di un legno (balsa?) che non ho mai più sentito in nessun altro posto. Ricordo che mamma mia ha fatto diversi piccoli acquisti di souvenir. Hanno girato per casa per tanti anni per poi perdersi in uno dei tanti traslochi. Siamo sbarcati i primi di Novembre a Napoli, era il 1959. La Motonave Bianca C, orgoglio della Costa Crociere, una delle prime navi ad inaugurare il periodo delle crociere, il giorno 23 ottobre del 1961, dopo un incendio al porto di Grenada, colò a picco ed ancora giace nel fondale di 50 metri, meta di escursionisti. Il Comandante Francesco Crevato diresse tutte le operazioni di salvataggio, aiutato, dicono, dal comportamento altruista dei pescatori del luogo. Le vittime, purtroppo, furono 2 marinai italiani addetti alla sala macchine. In segno di ringraziamento per l’opera offerta dai pescatori e dalla popolazione tutta, la Costa donò una statua, il Cristo degli Abissi, posta all’ingresso del porto di Grenada. In casa, grazie ad un piccolo furto commesso allora da mamma, conservo la chiave con portachiave della Cabina n.194 della M/N BIANCA C che ci ha ospitato per oltre un mese.

(Claret Micheli Clavier)