LA FINE DEL PEGGIO aka CINQUANTA SFUMATURE DI GRIGIO di Sam Taylor-Johnson (2015)

pag13_filmPremessa importante: desidero mettere agli atti di non aver contribuito in alcun modo all’incremento dell’attuale incasso di quasi 500 milioni (quasi 20 in Italia, vergogniamoci) al box office mondiale per questa…questa cosa innominabile a cui non riesco a dare titolo.

Il libro? Rimpiango l’Inquisizione.

Il film? Rimpiango la Propaganda Nazista.

In effetti non è facile partorire un buon film da un libro illeggibile (il cui successo dice davvero tanto sul potere editoriale che possiedono le casalinghe di mezza età frustrate e soft-pornofile). Voglio dire, o sei Kubrick (ma non solo) oppure arrenditi a prescindere. Questa donna, tale Sam Taylor-Johnson, ha avuto l’arguzia di accettare la sfida di riportare in immagini pagine e pagine di antiletteratura vera e propria, fallendo nella maniera più misera e triste possibile. Tecnicamente parlando, il film è diretto e montato in maniera veramente incapace: anche nelle scene più “erotiche” (pongo le virgolette volutamente), lo sguardo della “regista” è rapido, inesperto, fugace, dinamico quando dovrebbe essere statico e statico quando dovrebbe essere dinamico. Totale assenza di simmetria nelle inquadrature centrali, primi piani ignobili. Il cast non aiuta. Capisco che interpretare due ruoli come quelli di Ana e Christian sia una cosa dalla quale un qualunque attore professionista fuggirebbe. Jamie Dornan e Dakota Johnson no. Assenza totale di chimica a parte (è il minimo, considerando la trama), la recitazione qui sfiora livelli sino ad ora toccati solo dalla saga di “Twilight”. Numerosissimi i rimandi alla saga vampiresca, voluti dalla stessa scrittrice (che non nomino perché non lo merita), la quale aveva inizialmente pensato ad un ciclo di racconti erotici con protagonisti proprio Bella ed Edward. Per fortuna (o purtroppo?) è stata respinta. Così nacquero le 50 sfumature (ancora non abbiamo capito perché 50 e non 49, o 37). Carina la colonna sonora, solo grazie alla presenza del remix di “Crazy In Love” di sua maestà Beyoncè, ma è un pregio in una cloaca di difetti. E il sesso poi… Il sesso? Ma quale sesso? Le scene “erotiche” sono più noiose delle parti normali (e credetemi, ce ne vuole), l’unica cosa che riescono a evocare è il desiderio di vedere i due beoti pestarsi a morte e farla finita. La cosa peggiore in assoluto? I dialoghi. I discorsi sono talmente inverosimili, talmente idioti, talmente lontani da qualunque cosa sia il buon gusto (c’è chi ancora crede sia una cosa soggettiva) da essere imperdonabilmente insostenibili. Buchi di sceneggiatura a non finire (forse perché la sceneggiatura non esiste e il libro da cui è tratto va considerato alla stregua di carta igienica sporca e bagnata), tentativi di approfondimento psicologico (ne ho contati 2 in tutto e tutti gli ultimi 10 minuti) che raggiungono il ridicolo involontario.

Un pianto lungo due ore che, nel tentativo di prendersi sul serio, diventa l’orripilante, noiosa e ignobile parodia di se stesso.

Dicono che al peggio non ci sia fine. Questo film è la fine.


IN CONCLUSIONE: desiderosi di sperimentare l’anti-cinema, l’anti-letteratura, l’anti-tutto? Fatevi avanti allora.

Voto 1/10

di Gianluca Rinaldi