La proprietà intellettuale

pag04_Brain-in-cogsLa proprietà intellettuale, ossia l’insieme di principi giuridici che mirano a tutelare il frutto dell’inventiva e dell’ingegno umani attribuendo a creatori ed inventori diritti esclusivi di sfruttamento delle loro opere (si parla di brevetti, marchi e copyright), in Spagna è fondamentalmente regolata dalla Ley de Propiedad Intelectual (LPI). Questa normativa, entrata in vigore nel gennaio 2015, ha in parte modificato la precedente legislazione apportando alcune significative novità. Due aspetti in particolare impattano sugli utenti di internet: il rinforzo della cosiddetta Ley Sinde (varata per combattere in modo più efficace il fenomeno della pirateria) e l’introduzione del canone AEDE o “tassa Google”.

Quanto al primo aspetto, va detto che la legge non mira a punire l’utente finale che decida di fruire di un prodotto digitale reperito in rete, che si tratti di riproduzione o di scarico. Per intenderci si può vedere tranquillamente un film on line, scaricare musica o fare una copia di un software di nostro interesse senza incorrere in una sanzione. Se l’applicazione della legge darà i frutti sperati sarà però molto più difficile per l’utente finale reperire detto materiale, poiché l’intenzione è quella di perseguire le pagine web che mettono a disposizione determinati contenuti. Quindi, se da un lato scaricare materiale digitale non è di per sé illecito, dall’altro viene ridotta la possibilità di offrire e condividere i collegamenti attraverso i quali accedere a detto materiale. Infatti l’art. 158 ter, apre la porta ad un concetto di “trasgressore” e di “pirata”, estremamente ampio che include praticamente qualunque cittadino che disponga di una pagina web e faciliti collegamenti a contenuti non autorizzati, sia che i collegamenti li ponga in evidenza il titolare stesso della pagina web sia che semplicemente appaiano nei commenti dei suoi utenti (sui quali pertanto dovrà permanentemente vigilare). Inoltre, in assenza di precisazioni in merito nel testo legislativo, perché si verifichi un’infrazione non è necessario che il danno sia “significativo”; ossia qualunque danno arrecato al titolare del contenuto digitale illecitamente condiviso può considerarsi come infrazione. La normativa prevede che si valuti il livello di espansione (ossia il pubblico raggiunto) del sito presuntamente trasgressore ed il numero di contenuti protetti non autorizzati che sono stati condivisi. Al supposto trasgressore è concesso di “trarsi d’impaccio” ritirando i contenuti pubblicati; qualora però reiterasse la condotta trasgressiva potrebbe vedersi arrivare multe fino a 600 mila euro. Quanto al secondo aspetto, il canone AEDE (Asociación de Editores de Diarios Españoles) colloquialmente ribattezzato tassa Google, è una tassa sulla riproduzione di notizie pubblicate da altri mezzi di informazione. Gli “aggregatori” di notizie come Google News danno vita ad un vero e proprio nuovo giornale attraverso notizie elaborate e pubblicate dalle testate giornalistiche di tutto il mondo. L’obiettivo è che questo genere di pagine web paghino per appropriarsi di contenuti originalmente appartenenti ad altri, abbonandosi nel caso della Spagna ad un’entità di gestione -CEDRO- che a sua volta provvederebbe a compensare gli editori. Il punto controverso è che la definizione di aggregatori di notizie quali “prestatori di servizi elettronici di aggregazione di frammenti non significativi di contenuti divulgati in pubblicazioni periodiche o in siti web di aggiornamento periodico”, appare molto ambigua. Più che definire chi è incluso sembra definire chi è escluso dalla normativa: mezzi di comunicazione digitali veri e propri e reti sociali. Anche questo provvedimento crea comunque un impatto sugli utenti finali di non trascurabile importanza. Se le pagine web di aggregazione dovessero chiudere i battenti in Spagna, come ha già fatto Google news, per gli utenti spagnoli reperire le stesse informazioni fino ad ora offerte da questi siti potrebbe rivelarsi più lungo e complicato. C’è chi addirittura sostiene che potrebbero esserci ripercussioni sull’istruzione, in concreto sulle tasse universitarie. E’ previsto infatti che le università spagnole, tanto le pubbliche come le private, debbano pagare un canone obbligatorio, sempre attraverso -CEDRO- per pubblicare materiale accademico nei loro campus virtuali (alcuni esperti del settore, peraltro, hanno fatto notare che tale obbligatorietà è in palese contrasto con la normativa europea che sancisce il diritto dell’autore dell’opera di cederla gratuitamente all’umanità).

In generale i provvedimenti presi dal Governo spagnolo in questo settore non sono stati accolti con grande entusiasmo dal popolo del web. Solo col tempo si vedrà se l’applicazione di questa legge sarà effettiva e quali saranno le conseguenze.

(Avv. Elena Oldani)