Il fenomeno Expat

expat“Mamma mia dammi cento lire che in America voglio andar…”

Erano i primi del 900, i nostri emigranti partivano all’avventura, spesso senza soldi e con una valigia di cartone, erano i primi italiani all’estero, quelli che avrebbero creato imperi o semplicemente stabilito una linea di sangue fuori Patria.

Secondo una recente analisi del Sole 24 Ore nel 2013 l’Aire (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero) ha registrato un incremento del 71,51% solo degli italiani emigrati in Gran Bretagna, con una crescita di emigranti complessiva del 19%.

Non solo, si è stabilito che gli italiani che vivono all’estero, secondo dati che abbracciano un arco di tempo compreso tra il 1990 e il 2013, sono 4.500.000 circa, senza considerare ovviamente quelli non dichiarati che, stando sempre a stime dell’Osservatorio Italiano, sarebbero uno su due.

In poche parole una vera e propria invasione.

Ma se fino a poco tempo fa definivamo questi italiani in cerca di fortuna semplicemente “gli emigranti”, con varie e colorite definizioni dialettali a seconda della provenienza, oggi quella parola ha assunto una connotazione negativa e rimanda non più ai Vito Corleone in navigazione verso una New York avvolta dalla nebbia, bensì a barconi affollati che attraccano sulle coste del nostro mezzogiorno con le polemiche e le problematiche che ne derivano.


No, oggi i nostri emigranti si chiamano Expat, da espatriati, termine socialmente trendy e soprattutto riconducibile alla grande community che riunisce tutti gli expat del mondo, che pochi non sono.

Insomma, anni e secoli di guerre per tracciare immaginari confini entro i quali rifugiarsi e guai a chi entra, per poi stravolgerli con migrazioni, ops, espatri di massa e rimescolamenti di etnie.

L’italiano all’estero cosa cerca?

Innanzitutto la felicità, parolona effimera e abusata ma che racchiude una semplice equazione oggi molto di moda: + lavoro – tasse = felicità.

Se poi a questo aggiungiamo un po’ di tropici, il mare, il sole per la maggior parte dell’anno e la musica, ecco, abbiamo un italiano expat felice.

In realtà il picco migratorio in assoluto nel 2013 si è avuto nel Regno Unito, l’esatto contrario di tropici e clima caldo, rubando il posto alla più algida Germania, meta molto ambita dai connazionali insieme alla Svizzera.

Ma parliamo di migrazioni consolidate e storiche, l’italiano negli ultimi anni ha cominciato a varcare di nuovo l’Oceano per cercare il caldo, portando con sé un valore che tutto il mondo ci invidia: l’italianità.

Il nuovo stereotipo di questo secolo è infatti il connazionale che apre attività di ristorazione in paesi dove il turismo è la principale fonte di reddito. E, diciamolo, in questo l’italiano va forte.

Cultura enogastronomica, piglio gioviale, voglia di riscatto, sono caratteristiche che rendono il nostro expat vincente nella stragrande maggioranza dei casi. Esiste una catena di ristorazione a Kuala Lumpur dove un italiano, lombardo, è riuscito ad aprire un ristorante che si chiama Il Porcellino in uno stato a prevalenza mussulmana: se non è italianità questa… Del resto l’intraprendenza italiana in Italia ormai è merce rara, schiacciata da una pressione fiscale intollerabile e soprattutto vissuta come frustrazione da chi ha appena cominciato e non può sapere che una volta non era così. Quindi se da un lato abbiamo expat che saltuariamente tornano in Patria (quando tornano) a raccontare delle loro esperienze, dall’altro assistiamo alla nascita di due distinti sentimenti in coloro che sono rimasti che potremmo definire i sostenitori e i rosiconi.

I sostenitori sono sostanzialmente coloro che in fondo in fondo godono del successo dei connazionali, invidiandone il coraggio e l’intraprendenza, sognando un giorno di avere lo stesso coraggio di partire, mentre i cosiddetti rosiconi sono quelli che guai a nominargli il tizio che ha fatto successo ai Caraibi.

Essi appartengono infatti alla categoria di coloro che generalmente si lamentano di tutto e di tutti senza spostarsi dal divano di casa propria e che pensano che questi tizi che si godono lavoro e vita oltre Oceano, non necessariamente in questo ordine, siano fasulli, invenzioni, bolle di sapone, figli di papà o peggio ancora prossimi barboni. Parlano senza sapere minimamente di cosa stanno parlando, mossi solo da un’invidia feroce e auspicando sinceramente il fallimento di chiunque abbia scelto una vita diversa dalla loro.

Con loro occorre fare attenzione a mostrarsi felici…

Il fenomeno expat, che meriterebbe un’analisi approfondita tra qualche anno per averne una reale fotografia, è ultimamente affiancato da un altro che, se al momento attuale rappresenta un evento di nicchia, è probabilmente destinato in un prossimo futuro a divenire più diffuso e quindi importante: il moderno nomadismo.

In perfetta controtendenza a quell’istinto dell’essere umano che si perde nella notte dei tempi e che lo ha portato a diventare stanziale, a trasformare cioè il fuoco in focolaio e l’accampamento in nucleo abitato, i moderni nomadi sono coloro che per scelta hanno riacceso quel fuoco portandolo di nuovo in giro per continenti, dove “ovunque” e “nessun posto” è casa, alla ricerca di qualcosa che forse non troveranno mai ma che rappresenta di per sé tutta l’anima del loro vagare.

Essi coltivano un’incessante spinta alla conoscenza del mondo, o di quello che rimane, evitando il più possibile i percorsi turistici e cercando anzi di mescolarsi con la gente del posto, carpendone lingua, cultura e abitudini, per un periodo limitato di tempo che varia a seconda del livello di soddisfazione e di accettazione che trovano.

Generalmente delusi dalla Patria o da chi la governa, si definiscono apolidi o cittadini del mondo e si adattano a qualsiasi situazione possa mantenerli tali; ricordano l’Italia dei tempi che furono con un sentimento nostalgico ma distaccato, spesso parlano un’idioma fatto di più idiomi e si pensano nomadi fino alla fine dei loro giorni.

Saranno loro i cittadini del futuro, quelli che un giorno partiranno e colonizzeranno altri pianeti, con definitiva consacrazione di Azimov, Bradbury e compagnia bella?

Per il momento quello che appare è forse il fallimento di una nazione.

Non si espatria in massa se tutto funziona, se ne vanno gli avventurosi, coloro che desiderano varcare i confini per il gusto di farlo, ma ora il confine tra lo spirito di avventura e la nuda e cruda necessità è molto labile, quasi si confonde, quasi è solo necessità.

E così se da un lato i barconi affollano le nostre coste, dall’altro l’Aire aggiorna i propri archivi.

Il mondo brulica.

Sarebbe il caso di cantare: “mamma mia dammi cento lire che in Italia voglio restar…”.

(Ilaria Vitali)