Vivere in un’isola

Foto di Cristiano Collina
Foto di Cristiano Collina

Più trasparente

di quella goccia d’acqua
tra le dita del rampicante
il mio pensiero tende un ponte
da te stessa a te stessa
Guardati
più reale del corpo che abiti
ferma in mezzo alla mia fronte

Sei nata per vivere in un’isola

OCTAVIO PAZ MADRIGALE

(Madrigal, da Vento cardinale, 1965 – Traduzione di Franco Mogni)

La vita in se stessa è nomade. Nomade è l’energia, e lo siamo pure noi.


Sono i cambiamenti e le novità a far scorrere  l’energia ancestrale nel sangue delle nostre vene. Così si nutre lo spirito individuale e di gruppo. Quando la vita annoia, questo flusso energetico si sedimenta, e propone instabilità e incertezza come occasione di trasformazione. Allora sempre più inquieti e inappagati ci si rivolta come in una notte di veglia. Il “fegato energetico” propone pensieri, soluzioni parziali, dubbi e alla fine decisioni sempre più chiare.

“Me ne vado…”. Siamo figli di emigranti senza eccezione e questo frizzantino movimento ci fa pensare sempre “altrove”. Oltre il mare… lì dove lo sguardo non arriva e la domanda si apre. Abbiamo bisogno di domande e non di risposte. Di sfide, progetti, realizzazioni e conquiste. Certo, i tempi sono cambiati, accorciate le distanze dai mezzi di trasporto e le comunicazioni. Mio padre per andare in Argentina viaggiò 13 giorni, partendo dalla Sicilia, e mia nonna per prima partì con due fratelli nel 1885,  aveva 15 anni e una valigia. Sono nata pure io con il sangue “frizzantino” e la curiosità accesa. Pensando sempre di “ritornare” alle radici. Perché si emigra? Si cerca miglior vita? Può darsi… talvolta è solo una scusa, per ripetere la storia del grande albero familiare e sociale che ci porta lontani “dall’isola” in cui siamo nati. E così andiamo navigando da un’isola a un’altra alla ricerca di mondo come Colombo. Valigie di cartone con spago, pochi ricordi materiali, e un dolorino in mezzo al petto che diventa difficile togliere. Poi la vita riprende poco a poco le sue radici e quest’alberello che si è mantenuto in aria per un po’ ritrova conforto nelle abitudini di tutti i giorni e nel senso nuovo di appartenenza.

Ed è lì che un giorno si riesce a guardarsi intorno senza malinconia. I primi anni quando in visita ai parenti si ritorna a casa in aereo, “casa “ si trova all’andata.  Qualche anno dopo si ritorna a casa nel viaggio di ritorno.

Qualcuno più fortunato vive come “garofano dell’aria” e le radici non le sente… o magari è un po’ arrabbiato con il mondo che l’ha cacciato via quando nemmeno aveva intenzione di partire. Insomma ognuno con la propria esperienza. I tempi sono cambiati e ad oggi l’emigrazione ha perso quel dolore atroce di lasciare tutto. Per lo meno per gli europei. Non parlo dei popoli più poveri o in guerra. Si va e si viene… si porta in valigia il prosciutto e si riporta indietro qualcosa di utile. Senza dubbi ci sono insicurezze, più che mai in questo tempo di crisi. E comunque la vita è effervescente e come un Teide ha un potere nascosto scottante e sempre vivo. Non bisogna mai pensare di aver sbagliato, perché l’esperienza e il vissuto non tornano indietro e ci si ritrova cresciuti, saggi, maturati, più forti, consapevoli, uomini e donne senza paura. Ci si ritrova distaccati dalla materia innecessaria che ci hanno venduto. Persi molti inutili condizionamenti, con più leggerezza e pronti ad ogni evenienza. L’energia non può fermarsi senza bloccarsi. Quindi bisogna mantenerla in movimento. Inoltre quando si blocca… duole, paralizza e richiama attenzione solo su di essa. Quando scorre ci consente di guardare lontano per raggiungere l’orizzonte. Poi ci sono quei momenti magici… guardando la natura, il sole o un tramonto si è certi di aver fatto la scelta giusta. La natura ripaga tutto. Ci dona il vero senso dell’esistenza.

Senza eccezioni  tutti vogliamo solo essere felici. E per questo bisogna sciogliere gli attaccamenti che ci fanno soffrire. Seconda stella a destra / questo è il cammino / e poi dritto, fino al mattino / poi la strada la trovi da te / porta all’isola che non c’è, ci dice Edoardo Bennato. L’origine della parola isola, da isolamento, isolare o isolarsi. Vivere nell’isola non riguarda questa emarginazione. Bisogna inserirsi, integrarsi, enuclearsi. Lasciar perdere qualcosa di sé ed entrare nell’altro del posto, diverso, più lento, paurosi anche loro di noi. Con una lingua da imparare, anzi, tante lingue da imparare per accogliere il mondo. Comprendere l’isolano quando teme di essere saccheggiato e sottomesso come tanto tempo fa nel piccolo territorio dove rimane intatta una memoria storica di sofferenza. Una grande esperienza per tutti. Un mondo di umanità da costruire laddove quello che siamo ce lo siamo portati in valigia e se non dava gioia prima, non la darà adesso. L’isola che costruiamo noi per lasciare il segno di grande paese di emigrati lavoratori e onesti nel mondo, come sempre quando si partiva senza niente materiale ma pieni di speranza e volontà.

“Non vi è un fanciullo, non un uomo forse, che non abbia in fondo sognato di essere un Robinson e, se non di vivere solitario in un’isola deserta, almeno di rifare lui stesso, ripartendo dalla fonte, i propri alimenti e i propri abiti”.

Maxence Van der Meersch, Perché non sanno quello che fanno, 1933

(Dr. Rita Cristina Demelio)