Spirito olimpico

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di Giovanni Bernardini

Alle Olimpiadi di Rio appena terminate un tennista tunisino ha rifiutato di gareggiare con uno israeliano. Un paio di giorni prima alcuni atleti giordani non sono voluti salire su un autobus. Il motivo? Su quel mezzo erano presenti atleti israeliani.

Accade sempre, in tutte le Olimpiadi: gli atleti dei paesi musulmani non gareggiano con quelli israeliani, anzi, non vogliono avere con loro il minimo contatto. La federazione olimpica punisce l’atleta che si rifiuta di gareggiare con la squalifica dello stesso, ma si tratta di una sanzione assolutamente inadeguata. Il rifiuto di gareggiare con atleti israeliani non è una scelta individuale, è una scelta DI SQUADRA. Andrebbe sanzionata con la squalifica della squadra. Tutte le squadre nazionali che partecipano ai giochi dovrebbero firmare un impegno a gareggiare con gli atleti di tutte le altre, pena la squalifica collettiva. Ma il CIO non ci sente da quest’orecchio. Che si cerchi di degradare al ruolo di squadra paria la nazionale olimpica israeliana per i signori dello sport mondiale è cosa da poco.

A proposito di spirito olimpico. Qualcuno ricorda il Sud Africa? E’ stato escluso da numerose Olimpiadi a causa dell’apartheid. Può starci… Però… però in tutti o quasi i paesi musulmani vige un’apartheid che riguarda la metà femminile del mondo. Le donne sono molto rare nelle nazionali di paesi come il Pakistan o l’Iran. Ne viene inserita qualcuna, dietro pressioni del CIO, tanto per salvare la faccia. Non solo, le atlete musulmane devono essere accompagnate, e sorvegliate, da parenti maschi o mariti e devono gareggiare indossando osceni scafandri, il che le esclude dalla quasi totalità delle competizioni e compromette le loro possibilità di ben figurare. Ma per il CIO questa non è “segregazione”, solo proficua “differenza culturale”.

Pura, vomitevole ipocrisia politicamente corretta, altro che “spirito olimpico”.


E qui da noi si fa un casino d’inferno per tre “cicciottelle”.