Chiamami Peroni, sarò la tua birra giapponese

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Chiamami Peroni, sarò la tua birra giapponese

di PAOLO GATTO

Acquistata, venduta, rivenduta. Il mese scorso la Peroni ha fatto ancora parlare di sé. Passata più di 10 anni or sono alla compagnia sudafricana SABMiller è stata ora acquisita dal “Gruppo Asahi”, maggiore produttore di birra nel Sol Levante, presente in Cina ed ora, coi marchi dell’ex Gruppo Peroni, anche nel Vecchio Continente. Il costo dell’operazione, comprensivo dei brand Peroni, Grolsch e Meantime, è stato di 2,55 miliardi di euro in contanti ed è connesso alle regole dell’antitrust europeo: il colosso belga-brasiliano AB InBev non poteva acquisire il colosso SABMiller, proprietario dal 2003 di Peroni, se quest’ultimo non si fosse alleggerito di alcuni marchi che in Europa detengono significative quote di mercato. Il costo della fusione tra i due colossi è stato di circa 107 miliardi di dollari.

I numeri della Peroni sono di tutto rispetto. Al 31 marzo 2016 i ricavi sono stati pari a 360 milioni di euro con un utile di 21,5 milioni. Gli stabilimenti di Roma, Padova e Bari girano a tutto regime ed è certo che i nuovi proprietari nipponici faranno di tutto perché questi numeri aumentino. Il settore delle birre è relativamente in crisi ed ha bisogno di continui aggiustamenti strategici di posizionamento e di produzione. Quanto ha garantito sinora efficienza e fatturati crescenti non è detto che debba restare intoccabile nel breve e nel medio periodo.

La  recente vendita della Peroni richiama inevitabilmente alla mente il cosiddetto Outlet Italia, cioè la vendita e la svendita dei gioielli della produzione nostrana, che negli ultimi anni ha impoverito e quasi annullato l’assetto produttivo del Belpaese. Alle cessioni dei più prestigiosi marchi del made in Italy non si sono infatti avvicendati altrettanti e significativi acquisti di marchi stranieri.


Da molti anni ormai quando compriamo un prodotto, non solo una birra, l’etichetta è italiana ma il prodotto è di fatto “straniero”.  Parliamo di prodotti di eccellenza nati dal genio italiano, con un appeal e una forza d’urto che li rendono tuttora validi e attuali ovunque sui mercati internazionali e sottolineano l’intrinseca capacità di primeggiare, di vincere tra i concorrenti e quindi di garantire fatturati significativi e in crescita. E’ ormai inutile polemizzare su quanto non hanno fatto o non sono stati in grado di fare i governi che si sono succeduti negli anni per scongiurare questa diaspora produttiva. E’ forse utile darci una rinfrescata di memoria per ricordare di che cosa è capace in termini di innovazione, di gusto, di originalità e di tecnologia l’Italia migliore del recente passato e dell’imminente presente.

Partiamo dalla Peroni che più italiana di come è stata non si poteva. Creata ai tempi del Regno d’Italia è stata fornitrice ufficiale di Casa Savoia. Durante il boom economico entrò nell’immaginario collettivo coi caroselli di cui erano protagonisti il giovane e sfrontato Terence Hill e l’affascinante biondina tedesca Solvi Stubing. La birra nostrana è stata per più versi un fenomeno culturale e di costume di cui non si è tenuto conto in modo adeguato. Un fatto culturale ed un potente effetto della comunicazione dal quale è scaturita all’estero la convinzione che il marchio sia tuttora italiano benché Peroni e con essa Nastro Azzurro, Wuhrer, Birra Raffo siano adesso legate ad una proprietà ubicata addirittura in un altro continente.  Di proprietà straniera sono anche altre birre italiane: l’Heineken, ad esempio, controlla Ichnusa, per anni ed anni vero vanto della Sardegna, i marchi friulani Birra Moretti e Sans Souci, la Dreher di Trieste, Von Wunster di Brescia.

L’outlet-Italia, come dicevamo, non comprende solo le birre. La lista del made in Italy venduto all’estero nell’indifferenza della politica è lunga e ricorda una lapide a memoria dei figli migliori che un “Paese anormale”, com’è definita l’Italia, non ha saputo tenersi stretti lasciandoseli portar via allegramente senza capirne le conseguenze.