Vivere alle Canarie può sembrare il massimo della libertà. Ma cosa succede quando, dopo anni, quelle stesse strade, quei panorami e quell’oceano intorno iniziano a sembrarti un confine?
✍️ Italiano alle Canarie
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Vivere su un’isola ha qualcosa di profondamente affascinante. Il mare intorno, il clima, le distanze relativamente brevi, la sensazione di avere tutto vicino. Per chi arriva alle Canarie da una grande città italiana o europea, almeno all’inizio, può sembrare quasi una liberazione. In poco tempo si passa dalla città alla spiaggia, dalla costa alla montagna, dal traffico urbano a strade quasi vuote. Tutto appare più semplice, più raccolto, forse persino più umano.
QUANDO L’ISOLA COMINCIA A DIVENTARE PICCOLA
Con il passare degli anni, però, quella stessa dimensione che inizialmente sembrava rassicurante può essere percepita in modo diverso. Le strade diventano familiari, i luoghi si ripetono, molti percorsi finiscono per essere conosciuti quasi a memoria e può nascere una domanda che probabilmente prima o poi attraversa la mente di una parte di chi arriva dal continente: quanto può diventare piccola un’isola quando ci vivi tutti i giorni?
Gran Canaria misura circa 1.560 chilometri quadrati, Tenerife poco più di 2.000. Fuerteventura e Lanzarote hanno caratteristiche territoriali differenti, ma il concetto di fondo cambia poco. Puoi attraversare l’isola, girarla, scoprirne angoli nascosti e continuare a trovare qualcosa di nuovo, ma prima o poi arrivi sempre a un punto preciso: davanti c’è il mare.
Per andare davvero altrove bisogna prendere un aereo o una nave.
SUL CONTINENTE LA STRADA CONTINUA
Probabilmente è proprio questa la differenza che chi arriva dall’Italia o da un altro Paese continentale avverte maggiormente. Da Roma, Milano, Madrid, Parigi o Berlino puoi salire su un’automobile o su un treno e continuare ad andare. Cambiano città, regioni, paesaggi e perfino Stati, senza che esista una vera interruzione fisica del territorio.
Su un’isola questa possibilità semplicemente non esiste. Non significa necessariamente sentirsi prigionieri, né vivere male. Significa soltanto essere consapevoli che esiste un confine geografico molto evidente e che, per alcune persone, quella consapevolezza con il tempo pesa più di quanto avessero immaginato.
Nasce così, in alcuni casi, quel bisogno abbastanza difficile da spiegare a chi non lo prova: uscire dall’isola anche senza una vera necessità. Non serve necessariamente una vacanza importante o un viaggio organizzato. A volte basta Madrid, Barcellona, Roma, Lisbona o qualsiasi luogo sufficientemente diverso da interrompere la continuità delle stesse strade, degli stessi panorami e delle stesse abitudini.
ANDARE VIA PER AVERE VOGLIA DI TORNARE
C’è anche un piccolo paradosso. Molte volte basta allontanarsi per qualche giorno per tornare a guardare l’isola con occhi diversi. Quello che prima sembrava ripetitivo torna improvvisamente a essere familiare, comodo, rassicurante. Il traffico di una grande città, le distanze, il rumore e la confusione fanno riscoprire proprio quelle caratteristiche dalle quali si era sentito il bisogno di prendere temporaneamente le distanze.
Forse è anche per questo che vivere su un’isola crea un rapporto particolare con il luogo. Si può sentire il bisogno di andarsene senza desiderare realmente di lasciarlo. Si può avere voglia di cambiare aria sapendo già che, dopo qualche giorno, sarà piacevole rientrare.
I CANARI E UN RAPPORTO DIVERSO CON LO SPAZIO
La prospettiva diventa ancora più interessante osservando chi nelle isole è nato. Molti canari sembrano avere con il territorio un rapporto profondamente diverso da quello di chi arriva da fuori. Esistono persone che viaggiano poco, altre che per lunghi periodi non lasciano l’arcipelago e alcune che conoscono molto meglio la propria isola di tante destinazioni lontane, senza vivere questa condizione come una limitazione.
Sarebbe però sbagliato trasformare questa osservazione in una regola generale. Anche tra i canari esistono persone che viaggiano moltissimo, che hanno vissuto fuori o che sentono fortemente i limiti dell’insularità. La differenza interessante non è quindi tra canari che non viaggiano e stranieri che vogliono partire, ma nel modo in cui ciascuno costruisce mentalmente il proprio spazio.
Per una persona il proprio quartiere, la famiglia, gli amici, la spiaggia abituale, la montagna e pochi chilometri di territorio possono rappresentare un universo completo. Per un’altra, lo stesso spazio può diventare progressivamente troppo prevedibile. Nessuna delle due percezioni è necessariamente più giusta dell’altra.
LIBERTÀ O RECINTO DORATO?
Forse è proprio qui che la domanda iniziale cambia significato. Vivere su un’isola non significa automaticamente essere più liberi, ma neppure vivere dentro un recinto dorato. Una grande metropoli può mettere a disposizione milioni di possibilità e contemporaneamente ridurre la vita di una persona alla stessa routine tra casa, lavoro e supermercato; un’isola geograficamente molto più piccola può invece offrire una quotidianità percepita come ampia, serena e piena.
Alla fine il confine più importante potrebbe non essere quello tracciato dal mare, ma quello che ciascuno costruisce nella propria testa. C’è chi guarda l’oceano e vede spazio, tranquillità e libertà, e chi davanti allo stesso panorama avverte invece che la strada termina lì e che per cambiare realmente orizzonte bisogna prendere un aereo. Probabilmente vivere a lungo alle Canarie significa anche imparare a convivere con questa contraddizione: poter amare profondamente un’isola e, nello stesso tempo, sentire ogni tanto il bisogno di uscirne. Forse il vero equilibrio sta proprio nel riuscire a partire senza avere la sensazione di fuggire e nel tornare senza avere quella di rientrare in un recinto.

