E se le Canarie chiedessero l’indipendenza?

governo canarieE se le Canarie chiedessero l’indipendenza?

di Franco Leonardi

Che sia un momento difficile per l’Europa non v’è dubbio, gli schieramenti pro o contro il rimanere a bordo di una nave che non ha l’aria di riemergere dalla tempesta la dicono tutta.

Disunione. Disaccordo. Disperazione, talvolta.

Ma alle Canarie, que pasa?

Così lontane dal frastuono europeo, più vicine all’Africa che alla penisola madre, le Canarie sono in un curioso limbo geopolitico ed economico.


L’arcipelago canario è una comunità autonoma spagnola, una definizione che già di per sé fa riflettere.

Autonoma sì, ma spagnola, con proprio governo (il Cabildo insulare), un proprio sistema fiscale, proprie leggi e disposizioni speciali finalizzate a favorire lo sviluppo del turismo dal 1982, anno in cui con un decreto regio ottenne questo status particolare.

Quando la Spagna entrò a far parte della Comunità Europea, le Canarie vi entrarono di diritto.

Ma se chiedete a un abitante delle isole la sua nazionalità, mai vi risponderà “sono spagnolo” bensì “sono canario”.

Un’identità molto chiara nella mente della popolazione dell’Arcipelago che, benché non sia riconosciuto come stato indipendente, è permeato da un forte sentimento indipendentista.

E nonostante esista un lunga storia di partiti indipendentisti, sia di destra che di sinistra, l’ancora dal continente non è stata mai sganciata.

Il leader storico del nazionalismo canario Antonio Cubillo, scomparso nel 2012, pubblicò un ambizioso e tenace Progetto di Costituzione della Repubblica Federale Canaria.

Cubillo, reduce da esilio dalla dittatura di Franco, fondò nel 1964 il Movimento per l’Autodeterminazione e l’Indipendenza dell’Arcipelago Canario, lo MPAIAC, e successivamente nel 1968 l’Organizzazione per l’Unità Africana concesse il diritto all’autodeterminazione alle Canarie.

Tempo 2 anni e i militanti del gruppo vennero uccisi.

Cominciò allora il periodo nero della forza armata, la FAG Fuerzas Armadas Guanches.

Attentati dinamitardi a Las Palmas, bombe a Madrid e un fallito tentativo di attacco all’aeroporto internazionale di Gran Canaria che provocò il dirottamento di tutti i voli a Los Rodeos, a Tenerife.

Cabillo era diventato scomodo con le sue idee di rendere indipendenti le Canarie con atti di puro terrorismo; nel 1978 i servizi di sicurezza del Ministero dell’Interno spagnolo tentarono di eliminarlo senza riuscirvi.

Cabillo, che da allora rimase invalido, cominciò a soffrire di pericolosi dissidi interni al suo partito tanto che venne espulso e il partito andò via via scomparendo, fino al 2003 quando alcuni ex militanti ne ripresero le redini.

I dissidi non erano tanto focalizzati sulla richiesta di indipendenza, quanto sulle modalità per ottenerla.

La lotta armata non piaceva in particolare al Partito dei Lavoratori canari che venne a lungo disconosciuto dallo MPAIAC.

E l’indipendenza rimase nel cassetto.

Quello delle isole Canarie è oggi in realtà, trascorsi i terribili periodi di lotta armata, un piccolo miracolo di fair play.

Le isole prosperano autonomamente pur vincolate al continente, vivendo il proprio senso di appartenenza alla comunità canaria, badate bene non “spagnola”, con vivo orgoglio.

Potremmo forse definire le isole Canarie come una bomba a orologeria dormiente, pronta a rivendicare la propria indipendenza qualora la grande ombra del continente dovesse diventare troppo opprimente.

Perché le Canarie indipendenti lo sono già, economicamente, giuridicamente e soprattutto mentalmente; rimarrebbe quell’ultimo lembo di cordone ombelicale da strappare definitivamente.

E ora, in tempo di Brexit, forse quel momento di sganciare l’ancora avrebbe ancora più valore.

Perché a volte si può lottare per principio e dignità, per appartenenza, per condivisione e per unità patriottica, così rara e quasi estinta ma che qui ha ancora un senso.