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Vivere in auto non è una scelta: è il fallimento di un sistema

La politica spagnola ha fallito sul diritto alla casa.

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✍️ Italiano alle Canarie

Prendendo spunto da un articolo – l’ennesimo – pubblicato da Canaria7, che torna a denunciare la situazione abitativa alle Canarie, vale la pena fermarsi un momento e allargare lo sguardo, non per ripetere una notizia già letta, ma per interrogarsi sul perché, anno dopo anno, il quadro resti identico o addirittura peggiori.

Alle Canarie si può lavorare a tempo pieno, servire milioni di turisti ogni anno, mandare avanti l’economia locale e, allo stesso tempo, non potersi permettere un tetto sotto cui dormire.

Non è un paradosso retorico, ma la fotografia quotidiana di un arcipelago in cui la casa è diventata un bene di lusso e l’abitare una concessione sempre più rara.

Da anni raccontiamo questo tema. Lo abbiamo fatto con dati, articoli e analisi.

La cosa più triste da constatare è che nulla cambia, anzi peggiora.

Il problema degli alloggi alle Canarie non è più un’emergenza temporanea, è diventato endemico.

Perciò quando un problema diventa strutturale, il responsabile non è il mercato in astratto, ma la politica che lo ha lasciato agire senza correttivi.

Dal camper all’auto: quando l’abitare diventa sopravvivenza

Oggi centinaia di lavoratori vivono stabilmente in camper, furgoni o automobili. Non per spirito di adattamento, non per scelta alternativa, ma per necessità. Nei parcheggi, nei barranchi, nelle zone periferiche delle città e persino vicino ai poli turistici dove lavorano.

Chi può permetterselo vive in un camper attrezzato. Chi non può dorme in macchina.

Si lavano nei bagni del posto di lavoro, mangiano dove capita, cercano di rendere invisibile una condizione che invisibile non è.

Nei casi più estremi, l’assenza di servizi minimi si riversa nello spazio pubblico: spiagge, parchi, strade. A questo punto  scoppia l’ipocrisia collettiva: ci si lamenta del degrado senza voler vedere le cause che lo generano.

Prezzi fuori scala, salari inchiodati.

I numeri parlano chiaro. Affittare una stanza costa in media oltre 450 euro al mese. Un appartamento supera facilmente i 1.000 euro. In una regione che, secondo i dati ufficiali, registra i salari più bassi di tutta la Spagna. Questa non è una distorsione temporanea: è una frattura sistemica tra redditi e costo della vita.

Il risultato è semplice e brutale: lavorare non basta più per vivere dignitosamente e quando il lavoro non garantisce l’accesso a un diritto fondamentale come la casa, siamo di fronte a un fallimento politico, non a una semplice dinamica di mercato.

Case che non si costruiscono, promesse che non si mantengono.

Le stesse associazioni imprenditoriali del settore edilizio ammettono che servirebbero almeno 12.000 nuove abitazioni all’anno per colmare il deficit. Numeri noti da tempo. Numeri ignorati da tempo. Nel frattempo, in dieci anni, le abitazioni sovvenzionate realizzate si contano a malapena in centinaia.

Parallelamente, i nuclei familiari aumentano, la pressione demografica cresce, il turismo continua a espandersi e l’offerta abitativa resta ferma.

Un cortocircuito prevedibile, annunciato, documentato e lasciato esplodere.

Il capro espiatorio europeo e l’inerzia nazionale.

Oggi, dopo anni di immobilismo, la politica prova a spostare l’attenzione chiedendo all’Unione Europea di limitare l’acquisto di case ai non residenti.

Una richiesta tardiva, parziale e profondamente ipocrita, perché arriva solo ora, dopo aver tollerato per anni la trasformazione del patrimonio abitativo in asset finanziario, la turistificazione senza regole e l’assenza di un piano serio di edilizia pubblica.

Invocare Bruxelles come soluzione miracolosa serve solo a coprire responsabilità interne ben precise.

La verità è che non esiste una strategia abitativa di lungo periodo. Esistono i soliti annunci rassicuranti e stucchevoli, i tavoli di lavoro, le dichiarazioni di principio, ma mai politiche strutturali.

Una crisi che attraversa tutte le generazioni.

Questa crisi non colpisce solo i giovani o i lavoratori precari, colpisce famiglie, anziani, professionisti, coppie con figli. Colpisce chi è nato alle Canarie e chi ci vive da anni. Ma sarebbe un errore grave considerarla una questione esclusivamente canaria.

La crisi abitativa è nazionale, riguarda l’intero Paese e affonda le sue radici in scelte politiche stratificate nel tempo, portate avanti da governi di ogni colore.

Cambiano le sigle, cambiano le maggioranze, ma il risultato resta lo stesso: l’assenza di una politica abitativa strutturale e continuativa.

Il problema, quindi, non è di una sola amministrazione o di una sola legislatura. È una responsabilità collettiva del sistema politico nel suo complesso, incapace di governare il diritto alla casa come bene primario e non come variabile secondaria del mercato.

Quando vivere in auto diventa una normalità silenziosa, significa che il patto sociale si è rotto.

Continuare a trattare questa situazione come un effetto collaterale dello sviluppo turistico o della crescita economica è una forma di complicità.

Il tempo delle scuse è finito.

La crisi abitativa alle Canarie e in Spagna in generale non è più spiegabile con l’emergenza, con la congiuntura o con fattori esterni. Questo è il risultato diretto di anni di scelte mancate, di rinvii, di inerzia politica.

Non servono nuove diagnosi, servono decisioni vere, misurabili, irreversibili.

Finché questo non accadrà, vivere in un’auto o in camper non sarà un’anomalia, sarà il simbolo più evidente del fallimento di una classe dirigente incapace di garantire il minimo indispensabile: un luogo dove poter vivere, non solo sopravvivere.

Riferimenti:

Canarias 7 – https://www.canarias7.es/economia/falta-casa-obliga-malvivir-coches-furgones-cientos-20260125073000-nt.html

Leggo Tenerife – https://www.leggotenerife.com/58217/vivere-in-un-camper-la-nuova-normalita-alle-canarie-e-non-solo/

 

 

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