I migliori 5 articoli
di questa settimana

Articoli correlati

Plastica in mare, ora si può risalire anche a marchi e produttori

L’Università di Las Palmas de Gran Canaria (ULPGC) contribuisce a scoprire da quali aziende provengono le plastiche che finiscono in mare.

✍️ Italiano alle Canarie

Tempo di lettura: 4 minuti

Un gruppo internazionale di ricercatori, con la partecipazione della ULPGC, ha sviluppato un nuovo metodo per ricostruire l’origine delle plastiche che arrivano sulle coste e nell’ambiente marino.

La novità non riguarda solo la quantità di rifiuti trovati sulle spiagge. Fino a oggi, molti programmi di monitoraggio si sono concentrati soprattutto sul conteggio dei materiali raccolti: quanta plastica arriva, che tipo di rifiuto è, dove si accumula.

Non solo quanta plastica, ma da dove arriva

Questo nuovo sistema fa un passo in più. Permette infatti di identificare non solo il tipo di plastica, ma anche il prodotto da cui proviene, il marchio commerciale e, quando possibile, l’azienda produttrice.

Il metodo è già stato sperimentato su oltre 900 residui plastici raccolti in sei Paesi. Non siamo quindi davanti a una semplice proposta teorica, ma a uno studio già applicato sul campo e pubblicato sulla rivista scientifica Anthropocene.

La ricerca è stata realizzata da specialisti di università e centri di ricerca di nove Paesi: Brasile, Marocco, Spagna, Panama, Regno Unito, Sudafrica, Francia, Stati Uniti e Colombia. Il lavoro è stato guidato dal professor Nelson Rangel Buitrago, dalla Colombia, con la partecipazione di diversi gruppi scientifici internazionali.

L’obiettivo è migliorare la tracciabilità dell’inquinamento marino. In altre parole, non limitarsi a dire che un rifiuto è arrivato sulla costa, ma cercare di capire meglio da quale filiera proviene e quale percorso può aver seguito prima di finire nell’ambiente.

Dietro ogni residuo plastico, infatti, non c’è soltanto un oggetto abbandonato. Ci sono prodotti, imballaggi, abitudini di consumo, sistemi di raccolta dei rifiuti e, spesso, una gestione non sufficiente dei materiali dopo il loro utilizzo.

Agüimes, un punto chiave dello studio

Una parte importante della ricerca riguarda Gran Canaria. Tra i rifiuti analizzati, 128 sono stati raccolti nella baia di Formas, nel municipio di Agüimes.

Si tratta di una zona costiera di grande valore ambientale, dove le correnti marine e le attività umane possono favorire l’accumulo di residui. Proprio per questo, il litorale di Agüimes è stato utilizzato come uno dei punti di osservazione dello studio.

In questa zona, i ricercatori della ULPGC hanno identificato 53 produttori e 65 marchi commerciali. Un dato significativo, perché dimostra che il sistema permette di andare oltre la semplice classificazione del rifiuto.

La plastica raccolta sulla costa non viene più osservata solo come spazzatura da rimuovere, ma anche come una traccia utile per capire meglio il modo in cui produciamo, consumiamo e smaltiamo.

Le coste come specchio delle nostre abitudini

Secondo Leví García Romero, uno dei ricercatori firmatari dello studio, le plastiche sono una delle tracce più visibili dell’attività umana sul pianeta. Studiarle meglio significa quindi leggere non solo il problema dei rifiuti, ma anche i nostri modelli di produzione e consumo.

Questo aspetto è particolarmente importante per gli ecosistemi costieri, che in molti casi si comportano come veri e propri punti di raccolta dei rifiuti provenienti da mari e oceani.

Conoscere l’origine per gestire meglio il problema

Gli autori dello studio precisano che il sistema non nasce per puntare il dito contro singole aziende o per attribuire responsabilità dirette. Il suo scopo principale è migliorare la conoscenza del fenomeno.

Sapere quali tipi di rifiuti arrivano sulle coste, da quali prodotti derivano e quali marchi compaiono più spesso può aiutare a costruire politiche ambientali più efficaci.

Queste informazioni possono essere utili alle amministrazioni pubbliche, ai ricercatori e agli organismi incaricati della gestione dei rifiuti. Possono aiutare a capire quali materiali finiscono più frequentemente nell’ambiente marino e quali interventi possono essere più utili per ridurne la dispersione.

Il tema riguarda anche la responsabilità dei produttori. Le aziende che immettono sul mercato grandi quantità di plastica e imballaggi non possono essere considerate estranee al problema del loro impatto ambientale. Allo stesso tempo, sarebbe riduttivo attribuire tutto solo alle imprese.

Anche i comportamenti dei consumatori, la raccolta differenziata, il riciclo, la gestione urbana dei rifiuti e la dispersione accidentale o illegale hanno un ruolo importante. Proprio per questo, avere dati più precisi può aiutare a intervenire meglio.

La plastica non è solo un rifiuto

La plastica è presente in moltissimi oggetti della vita quotidiana. È leggera, resistente ed economica. Queste caratteristiche l’hanno resa molto diffusa, ma la rendono anche problematica quando viene abbandonata o gestita male.

Per questo studiare i residui plastici non significa soltanto occuparsi della pulizia delle spiagge. Significa anche osservare il funzionamento di un modello economico e sociale che produce materiali destinati spesso a durare molto più del loro utilizzo reale.

Il valore di questo lavoro sta soprattutto nel cambio di prospettiva. La plastica che arriva sulle coste non è più soltanto un rifiuto da raccogliere. Diventa anche un’informazione utile per capire da dove nasce il problema, quali percorsi seguono questi materiali e come intervenire con maggiore consapevolezza.

 

 

Articoli popolari