Il settore registra occupazioni elevate e tariffe da record, ma casa, salari e fuga del personale qualificato aprono una crepa nel modello turistico dell’arcipelago.
✍️ Italiano alle Canarie
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Il turismo di lusso cresce nelle Canarie, riempie hotel a cinque stelle e registra tariffe sempre più alte. Nel frattempo, molti dei lavoratori che tengono in piedi questo modello faticano a trovare una casa vicino al luogo di lavoro. Il paradosso è ormai strutturale: il settore cresce bene in alto, mentre in basso lascia salari compressi, affitti insostenibili e lavoratori sempre più lontani dalle zone in cui lavorano.
Da anni, nelle Canarie il turismo non è più solo una questione economica. Il dibattito si è allargato alla casa, al lavoro, alla qualità della vita, al senso di appartenenza e a una domanda sempre più centrale: chi beneficia davvero di un settore che sostiene una parte fondamentale del PIL regionale? La discussione è necessaria, a patto che venga affrontata partendo dai dati.
I dati del 2025 confermano la forza del modello. La spesa turistica nelle Canarie ha raggiunto i 24,4 miliardi di euro, un massimo storico. L’occupazione media dell’arcipelago è stata dell’84,5%, la più alta della Spagna.
Nel segmento cinque stelle, l’ADR, cioè la tariffa media giornaliera delle camere vendute, si è attestato a 166 euro. Il RevPAR, ovvero il ricavo medio generato per ogni camera disponibile, ha raggiunto i 135 euro. Fuerteventura ha guidato la crescita delle tariffe con un incremento del 13,1% su base annua. Tenerife Sud, Costa Adeje, Guía de Isora, Maspalomas, Corralejo e altre aree turistiche dell’arcipelago operano ormai con livelli di occupazione molto elevati per gran parte dell’anno.
Osservato dall’esterno, il settore sembra andare a gonfie vele. Guardandolo dall’interno, emergono però tre problemi che raramente vengono messi in relazione tra loro.
Primo problema: la casa
Gli hotel a cinque stelle registrano fatturati record. I lavoratori che li fanno funzionare, però, si muovono dentro un mercato abitativo sempre più difficile. Una cameriera ai piani può guadagnare tra 1.100 e 1.300 euro netti al mese. Un cuoco responsabile di una specifica area della cucina, per esempio primi, secondi, pasticceria o preparazioni fredde, può arrivare a 1.400 o 1.700 euro. Un receptionist con conoscenza delle lingue si colloca spesso in una fascia simile. Si tratta di stipendi che possono apparire ragionevoli rispetto alla media canaria, ma diventano insufficienti quando vengono confrontati con il prezzo reale degli affitti nelle zone turistiche.
Nel sud di Tenerife, nel sud di Gran Canaria, a Lanzarote o a Fuerteventura, un appartamento in affitto nelle aree di maggiore pressione turistica può costare quanto uno stipendio intero. Sempre che si trovi. La crescita dell’affitto vacazionale, la scarsità di offerta residenziale e la pressione della domanda esterna hanno ridotto lo spazio abitativo disponibile per chi lavora stabilmente sul territorio.
Il risultato è concreto: molti lavoratori del settore turistico destinano una quota enorme del proprio salario alla casa. Altri vivono in condizioni di sovraffollamento. Altri ancora percorrono ogni giorno lunghe distanze per raggiungere l’hotel, il ristorante o il resort in cui lavorano. Il settore dichiara spesso di non trovare personale, ma in molte aree turistiche è il personale a non trovare più una casa.
In questo quadro, l’appartamento in condivisione diventa spesso l’unica alternativa praticabile. In altri casi, alcuni lavoratori finiscono per vivere in prossimità del luogo di lavoro, dentro camper o roulotte, trasformando la vicinanza all’impiego in una forma di sopravvivenza abitativa. Si tratta di soluzioni di emergenza, non di modelli sociali sostenibili. Possono permettere di resistere per qualche tempo, ma non possono diventare la normalità di un’economia che si presenta come avanzata, internazionale e di alta gamma.
Secondo problema: il talento che se ne va
La difficoltà non riguarda soltanto i profili meno retribuiti. Anche il personale qualificato diventa sempre più difficile da trattenere. Chef, sommelier, capi ricevimento, governanti con esperienza operativa, figure intermedie e responsabili di reparto si formano nelle strutture premium delle Canarie, acquisiscono competenze in contesti turistici di alto livello e poi, spesso, guardano altrove.
Le Baleari, Marbella, Madrid o altre destinazioni offrono in molti casi stipendi più alti e maggiori possibilità di crescita professionale. Anche lì la casa resta spesso un problema serio, soprattutto nelle aree turistiche più richieste. In alcuni casi, però, le strutture cercano di compensare questa difficoltà offrendo alloggi al personale, posti letto, appartamenti convenzionati o altre formule di supporto abitativo. Non si tratta di una soluzione generalizzata, ma può rendere meno pesante il rapporto tra stipendio, affitto e costo della vita.
La domanda operativa è semplice e dovrebbe preoccupare il settore: chi guiderà le strutture di alta gamma delle Canarie tra dieci anni, se una parte del talento formato localmente sceglie di andarsene? Oggi la risposta non è affatto scontata.
Terzo problema: chi controlla davvero il valore generato dal turismo
Il terzo problema è il più delicato, perché riguarda la proprietà e la distribuzione della ricchezza. Una parte importante dei nuovi hotel di fascia alta nelle Canarie opera attraverso contratti di gestione con grandi catene internazionali. Marriott, Hyatt, IHG, Hilton, Accor e altri grandi marchi portano standard globali, canali commerciali, capacità gestionale e visibilità internazionale.
Questo non è necessariamente negativo. Il capitale internazionale può modernizzare l’offerta, migliorare i servizi e rafforzare il posizionamento del territorio nel segmento premium. La questione, però, è capire quanta parte del valore generato rimanga effettivamente nell’arcipelago.
Commissioni di gestione, compensi per l’uso del marchio, costi di marketing e commissioni di distribuzione possono trasferire una parte dei margini fuori dalle Canarie. Anche le decisioni strategiche sugli asset possono essere prese in sedi lontane da Tenerife, Gran Canaria, Lanzarote o Fuerteventura.
Il punto non è escludere il capitale esterno. Il problema è evitare che l’arcipelago diventi soltanto lo scenario fisico di un business deciso altrove. Proprietà immobiliare degli asset, fornitori strategici, lavanderie industriali, servizi food & beverage di fascia alta, manutenzione tecnica, formazione professionale e reinvestimento locale sono elementi decisivi per capire se il turismo di lusso produca ricchezza diffusa o soltanto ricavi elevati concentrati in poche mani.
Il turismo resta il principale motore economico delle Canarie. Proprio per questo merita una discussione più onesta su come venga distribuita la prosperità che genera.
I tre argomenti che dovrebbero entrare con più forza nel dibattito pubblico e imprenditoriale.
Il primo riguarda la casa. Senza alloggi accessibili vicino ai principali poli occupazionali, non esiste una forza lavoro stabile e qualificata. Senza forza lavoro stabile, il prodotto turistico di qualità diventa meno sostenibile.
Il secondo riguarda i salari e le condizioni di lavoro. Chi prepara camere vendute a centinaia di euro a notte non può vivere con la sensazione che il proprio stipendio serva soltanto a pagare un affitto. Il valore generato dal lavoro deve trovare un riflesso più coerente nelle condizioni di chi quel valore lo produce ogni giorno.
Il terzo riguarda la struttura economica del modello. Il turismo canario può continuare ad attrarre capitale internazionale, ma dovrebbe rafforzare anche la capacità locale di trattenere decisioni, margini, forniture qualificate e reinvestimenti sul territorio.
Queste non sono domande formulate per criticare il modello, ma interrogativi necessari per migliorarlo, prima che il modello stesso presenti il conto.
Il turismo di lusso cresce nelle Canarie. La domanda continua a essere per chi, e a quale prezzo?

