Il calo primaverile è un fenomeno ricorrente, ma quest’anno ha assunto dimensioni nettamente superiori rispetto al 2025.
✍️ Italiano alle Canarie
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Ogni anno, con la fine della stagione turistica invernale, il mercato del lavoro canario rallenta.
Gli alberghi riducono il personale, alcuni ristoranti lavorano meno, il commercio perde parte del movimento dei mesi più forti e molte attività legate direttamente o indirettamente al turismo adeguano gli organici alla bassa stagione.
Non è quindi sorprendente che tra aprile e giugno l’occupazione diminuisca, questo fa parte del funzionamento di un’economia costruita in larga misura attorno ai flussi turistici.
Questa volta, però, la flessione è stata molto più profonda del solito.
Nel secondo trimestre del 2026 le Canarie hanno perso 25.100 occupati, registrando la maggiore diminuzione tra tutte le comunità autonome spagnole.
Un anno prima, nello stesso periodo, i posti di lavoro scomparsi erano stati circa 2.100.
La bassa stagione spiega perché il numero degli occupati sia sceso. Spiega molto meno facilmente perché la perdita sia stata quasi dodici volte superiore a quella registrata nello stesso periodo del 2025.
UNA STAGIONALITÀ CHE PESA SEMPRE DI PIÙ
Il turismo canario vive soprattutto durante i mesi invernali, quando le Isole diventano una delle principali destinazioni europee per chi cerca temperature miti.
Con l’arrivo della primavera e dell’estate, una parte dei visitatori si sposta verso altre mete e l’attività rallenta. Il fenomeno è conosciuto, prevedibile e ormai strutturale.
Anche la collocazione della Semana Santa può avere inciso. Nel 2026 è caduta alla fine di marzo, rimanendo quindi compresa nel trimestre precedente e anticipando una parte delle assunzioni e dell’attività economica.
La maggior parte dei posti persi si concentra infatti nell’hostelería, nel commercio e nei trasporti: proprio i comparti che dipendono maggiormente dalla presenza dei turisti.
Il rallentamento stagionale c’è sempre stato. Nel 2026, però, ha colpito con una forza decisamente maggiore.
TURISMO IN CRISI? È PRESTO PER DIRLO
Sarebbe eccessivo sostenere, sulla base di un solo trimestre, che il turismo canario sia entrato in crisi.
Per arrivare a una conclusione del genere bisognerebbe osservare anche le presenze negli alberghi, i pernottamenti, la spesa reale dei visitatori, il fatturato delle imprese e l’andamento delle prenotazioni.
Il dato sull’occupazione rappresenta però un possibile segnale di minore dinamismo.
Quando il principale motore economico dell’Arcipelago rallenta, anche solo per ragioni stagionali, gli effetti sul lavoro diventano immediati. Hotel, ristorazione, commercio, trasporti e servizi collegati reagiscono quasi contemporaneamente.
La perdita di oltre 25.000 occupati mostra ancora una volta quanto l’economia canaria dipenda da un settore dominante e quanto poco spazio esista per assorbire i momenti di rallentamento.
DUE STAGIONALITÀ OPPOSTE
Il confronto con il resto della Spagna deve essere letto tenendo conto di una differenza fondamentale.
Durante la primavera e l’estate, molte destinazioni della Penisola e delle Baleari entrano nel periodo di maggiore attività turistica. Le assunzioni aumentano, gli alberghi si riempiono e la ristorazione rafforza gli organici.
Nelle Canarie accade in buona parte il contrario.
La stagione più forte è quella invernale. Quando nel resto della Spagna il turismo comincia ad accelerare, nelle Isole termina il periodo di maggiore intensità e una parte dei contratti stagionali si conclude.
Il fatto che la Spagna abbia creato quasi mezzo milione di posti di lavoro mentre le Canarie ne perdevano oltre 25.000 non deve quindi essere interpretato come un confronto perfettamente omogeneo.
Sono due mercati turistici che, nello stesso periodo dell’anno, attraversano fasi differenti.
Il dato canario resta comunque significativo, perché il confronto più corretto non è soltanto con il resto della Spagna, ma con le stesse Canarie un anno prima. La stagionalità esisteva anche nel 2025, ma la perdita di occupazione era stata molto più contenuta.
UN MODELLO CHE RESTA FRAGILE
Da anni si parla della necessità di diversificare l’economia canaria.
Si ripetono parole come innovazione, industria, tecnologia, economia verde e occupazione qualificata. Nel frattempo, però, il lavoro continua a dipendere in maniera decisiva dal numero di turisti che arrivano, dalla durata dei loro soggiorni e dalla stagione dell’anno.
La stagionalità non è una colpa e non può essere eliminata completamente. La dipendenza quasi assoluta da un solo settore, invece, è una fragilità economica che le Canarie continuano a trascinarsi da decenni.
LA STAGIONALITÀ SPIEGA, MA NON BASTA
La lettura più corretta non è quella di chi annuncia il crollo definitivo dell’economia canaria e non è neppure quella di chi minimizza tutto sostenendo che durante la bassa stagione alle Canarie si è sempre lavorato meno.
La diminuzione dell’occupazione tra aprile e giugno è un fenomeno prevedibile. Nel 2026, però, ha assunto dimensioni molto più rilevanti rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
È questo il dato da osservare, non è ancora la prova di una crisi del turismo, ma un campanello d’allarme su un rallentamento più intenso del normale e sulla persistente fragilità di un’economia che continua a dipendere quasi interamente dallo stesso motore.
FONTI
Instituto Nacional de Estadística – Encuesta de Población Activa, secondo trimestre 2026.
Confederación Canaria de Empresarios – Analisi EPA del secondo trimestre 2026.
Confederación Canaria de Empresarios – Analisi EPA del secondo trimestre 2025.
Cámara Oficial de Comercio, Industria, Servicios y Navegación de Santa Cruz de Tenerife – EPA secondo trimestre 2025.

