Tra scandali, alleanze fragili e un Paese che scivola a destra, il premier socialista governa più per resistenza che per consenso.
✍️ Italiano alle Canarie
Pedro Sánchez governa la Spagna dal 2018, ma agli inizi del 2026 il suo potere appare meno come una leadership e più come una lunga resistenza. Tre governi di centro-sinistra in sette anni non indicano stabilità, bensì una sopravvivenza politica fondata su equilibri precari, alleanze tattiche, un Parlamento frammentato e una scia di scandali che hanno progressivamente eroso credibilità e consenso.
Nel panorama europeo, Sánchez resta una figura isolata. È l’unico capo di governo progressista tra i grandi Paesi dell’Unione Europea, circondato da esecutivi conservatori o nazionalisti. La Spagna rappresenta l’eccezione, non la regola. E anche le eccezioni, prima o poi, finiscono.
Resta inoltre una contraddizione politica evidente. Nel 2018, guidando la mozione di sfiducia contro Rajoy, Sánchez rivendicava la rigenerazione democratica e l’alternanza. Oggi, dopo tre governi consecutivi e con l’ipotesi non tanto velata di una nuova ricandidatura, quella posizione appare smentita dai fatti.
Un potere che regge più per incastro che per consenso
L’attuale governo, nato nell’autunno del 2023, è un esecutivo di minoranza che sopravvive grazie a un mosaico di appoggi esterni. Socialisti e sinistra radicale tengono l’asse centrale, mentre partiti regionali e indipendentisti garantiscono i numeri. Una formula che non produce stabilità, ma dipendenza.
La politica spagnola non si regge su un progetto condiviso, bensì su scambi di convenienza: amnistie, concessioni territoriali, silenzi strategici. Il caso di Junts è emblematico: forza conservatrice e sovranista, divenuta stampella del governo per ottenere risultati sulla questione catalana. Ottenuto il massimo possibile, il sostegno si è dissolto. La fragilità politica di Sánchez è così diventata strutturale.
Politica estera forte ma contraddittoria, politica interna corrosa
Sul piano internazionale, Sánchez ha mostrato una postura rara nel contesto europeo, ma non priva di ambiguità. Le prese di posizione su Israele e Gaza lo hanno distinto da molti partner, ma la Spagna ha continuato a importare materiali e prodotti alimentari e a mantenere relazioni economiche che ridimensionano la portata di quella rottura. Anche il presunto rifiuto di allinearsi alle pressioni sull’aumento della spesa militare resta da verificare nei fatti: gli impegni NATO e i vincoli internazionali rendono questa linea tutt’altro che definita.
Questa esposizione non ha compensato il logoramento interno. Gli scandali di corruzione che hanno colpito il Partito Socialista hanno riaperto ferite mai cicatrizzate e Sánchez non appare come un leader che guida, ma come un politico che contiene danni.
L’onda lunga delle destre
Dall’altra parte dello schieramento, la destra attende. Il Partito Popolare e Vox fiutano il cambio di ciclo. Dopo sette anni di governi progressisti, l’alternanza torna ad apparire probabile.
Vox cresce nei sondaggi, avvicinandosi al 20%, normalizzando una destra che non ha mai preso le distanze totali dal franchismo. Le elezioni regionali in Estremadura del 21 dicembre hanno segnato una svolta simbolica: una regione storicamente rossa che vira a destra, segnalando stanchezza e disillusione.
Il benessere mancato: numeri che smontano la narrazione
Il dato di fondo che attraversa questi anni di governo progressista è l’incapacità di produrre benessere sociale diffuso. Alla crescita del PIL non è corrisposto un miglioramento della vita quotidiana: salari compressi dall’inflazione, accesso alla casa sempre più difficile, aumento dei lavoratori poveri e alti tassi di precarietà.
La Spagna resta ai vertici europei per disoccupazione giovanile e lavoro a bassa remunerazione. Il potere d’acquisto delle famiglie si è eroso, mentre la crescita non si è tradotta in qualità della vita. Una responsabilità che ricade su una sinistra rimasta al potere senza incidere in modo strutturale sulle disuguaglianze.
Non è la destra che vince, è la sinistra che perde
C’è però un punto che merita di essere esplicitato con chiarezza, anche a costo di risultare scomodi. L’avanzata della destra in Spagna non è solo il frutto dei suoi meriti politici, è soprattutto il risultato delle colpe accumulate da una sinistra progressista che, nel tempo, si è logorata dall’interno.
Scandali di corruzione, promesse mancate, incapacità di tradurre la crescita economica in benessere diffuso e una gestione del potere sempre più difensiva hanno progressivamente svuotato di senso la narrazione progressista.
In questa prospettiva, la destra non conquista tanto il consenso quanto lo spazio lasciato libero. Non vince per forza propria, ma per implosione dell’avversario. Se la sinistra avesse governato con maggiore coerenza, trasparenza e capacità di incidere sulla vita reale delle persone, difficilmente la Spagna si troverebbe oggi a fare i conti con una destra rafforzata e un’estrema destra normalizzata. La responsabilità, prima ancora che elettorale, è politica.
Legislatura in bilico – 2027 lontano
Arrivare a fine legislatura appare sempre meno realistico. Ogni voto parlamentare è un rischio, ogni alleato un potenziale ricattatore, ogni scandalo un detonatore. La vera domanda non è se Sánchez durerà fino al 2027, ma se la Spagna riuscirà ad affrontare il 2026 senza elezioni anticipate.
Sánchez resta così una figura simbolica, come ultimo avamposto di una sinistra europea in ritirata, ma anche prigioniero di un sistema che consuma chi governa senza una maggioranza solida. Una sinistra che arretra non per i meriti della destra, ma per la propria incapacità di governare in modo efficace e di dare risposte concrete a un elettorato sempre più impoverito e disilluso.
Quando il fallimento è sociale prima ancora che politico, gli elettori cercano alternative.
Queste non sono molte: o si resta a sinistra, o si guarda a destra, il panorama non offre altro.


