Dopo anni di rinvii, il Governo delle Canarie chiede allo Stato di chiarire se gli accordi firmati restano vincolanti.
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✍️ Italiano alle Canarie
Il Governo delle Canarie ha deciso di compiere un passo politico formale per riportare al centro del confronto con Madrid una serie di impegni che, negli ultimi anni, sono rimasti in larga parte inattuati. Con il cosiddetto Decreto Canarias, l’esecutivo guidato da Fernando Clavijo raccoglie in un unico testo organico le principali questioni aperte nei rapporti tra lo Stato e la Comunità autonoma, chiedendo che gli accordi già sottoscritti vengano finalmente tradotti in misure concrete.
La scelta di ricorrere a un decreto-legge non nasce da un’iniziativa estemporanea, ma da una lunga sequenza di ritardi, promesse disattese e risorse annunciate che spesso non sono arrivate o lo hanno fatto con tempi incompatibili con le esigenze dell’arcipelago. In più di un’occasione, il Governo canario è stato costretto ad anticipare fondi propri per coprire impegni che avrebbero dovuto essere garantiti dallo Stato.
In questo contesto, il decreto si presenta come uno strumento di razionalizzazione politica e amministrativa: quattro capitoli principali che concentrano gli impegni già firmati, evitando che vengano nuovamente dispersi in negoziazioni frammentate o rinvii successivi. Clavijo ha inoltre indicato un orizzonte temporale preciso, chiedendo che la negoziazione con il Governo centrale si apra entro la fine di febbraio. Non si tratta di imporre una chiusura immediata, ma di segnare un punto di non ritorno sul piano del confronto istituzionale.
Un quadro politico che spiega il decreto
Da Madrid, la risposta ricorrente negli ultimi mesi ha fatto spesso riferimento alle difficoltà legate alla fragilità della maggioranza parlamentare. Dalle Canarie, la lettura è diversa: il problema non sarebbe di natura tecnica, ma politico. Secondo il Governo autonomo, esistono già sia lo strumento giuridico sia i numeri parlamentari necessari per dare corso agli accordi sottoscritti.
In questa chiave va interpretata l’iniziativa di Clavijo, che non punta allo scontro retorico, ma a chiarire che le intese raggiunte non possono restare sulla carta. Il decreto, pur dichiarandosi aperto alla negoziazione, viene presentato come una base solida e verificabile, sulla quale misurare la volontà reale dello Stato di rispettare quanto firmato.
I nodi strutturali delle Canarie
Il testo del decreto non introduce rivendicazioni nuove, ma riordina questioni strutturali che da anni caratterizzano il rapporto tra le Canarie e il Governo centrale. Tra queste figurano i sovraccosti legati all’insularità e all’ultraperifericità, i trasporti terrestri e marittimi, la debolezza dei salari e del mercato del lavoro, il sostegno al settore agricolo attraverso il POSEI (il programma europeo di sostegno specifico alle produzioni agricole delle regioni ultraperiferiche), l’emergenza abitativa, le carenze infrastrutturali e il sottofinanziamento di alcuni servizi sociali.
A ciò si aggiunge la richiesta di un maggiore coinvolgimento delle Canarie nei tavoli internazionali che hanno un impatto diretto sull’arcipelago, un tema già emerso in passato e tornato ora al centro del dibattito. Nel loro insieme, queste non rappresentano rivendicazioni nuove, ma questioni ricorrenti, sollevate da anni e ripetutamente rinviate, che il decreto tenta ora di ricondurre a un quadro unitario e verificabile.
Un passaggio di verifica nei rapporti con lo Stato
Nel suo impianto complessivo, il Decreto Canarias assume il valore di un passaggio di verifica politica. Non è un atto simbolico, né una rottura istituzionale, ma un tentativo di chiarire se gli accordi firmati tra lo Stato e la Comunità autonoma costituiscano ancora un riferimento vincolante.
Il messaggio che emerge è misurato ma netto: il sostegno delle Canarie al Governo centrale non può essere considerato automatico in assenza del rispetto degli impegni assunti. Senza una traduzione concreta delle intese sottoscritte, il rapporto tra Madrid e l’arcipelago è destinato a entrare in una fase di riesame.


