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Contratti stagionali mascherati? Il boom dei “fissi discontinui” alle Canarie tra stabilità promessa e precarietà reale

Crescono i contratti. Cresce la retorica della stabilità. Cresce anche l’inquietudine di chi vive mesi sospesi tra un richiamo e l’altro.

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✍️ Italiano alle Canarie

Tra gennaio 2025 e gennaio 2026 i contratti fissi discontinui – formula contrattuale spagnola che prevede assunzione stabile ma lavoro solo in determinati periodi dell’anno – sono aumentati di oltre il 4% nell’Arcipelago. Dalla riforma del lavoro del 2022 si contano circa 40.000 lavoratori in più sotto questa formula rispetto al periodo precedente.

Parallelamente, la trasformazione in indeterminati ordinari è scesa di oltre l’11%. I contratti a tempo indeterminato classici sono diminuiti di quasi l’8% su base annuale.

Dati amministrativi ufficiali: Servicio Público de Empleo Estatal – SEPE.

Il modello cambia nome, la precarietà cambia etichetta, la domanda resta la stessa: è davvero più stabile il lavoro oppure si è solo riscritto il vocabolario?

Vivere a intermittenza

Adrián (nome inventato), grafico e community manager, lavora da ottobre a giugno. Da luglio a settembre percepisce la disoccupazione e cerca incarichi nei festival o negli eventi. Il suo calendario non è una programmazione. È una scommessa.

“Vivo sempre nell’incertezza”, racconta. Sta frequentando un master per l’abilitazione all’insegnamento nella speranza di trovare una via più lineare. La sua riflessione è semplice e disarmante: essere “fisso” non impedisce di restare mesi senza lavoro. La continuità è scritta nel contratto, nel cosiddetto “fisso discontinuo”.

Julia, anche qui nome inventato, ha lavorato nel commercio tre mesi per la campagna natalizia. Da gennaio è ferma. Le prospettive parlano di sei mesi l’anno, sempre negli stessi periodi. Risparmi che si assottigliano. Genitori che aiutano. Una promessa vaga di indeterminato “quando si libererà un posto”.

La stabilità, per ora, è un’ipotesi.

Riforma e zone grigie

La riforma del 2022 ha stabilito che il contratto preferenziale debba essere quello stabile. Il fisso discontinuo è pensato per attività stagionali o cicliche. Turismo, campagne commerciali, picchi produttivi.

Sul territorio, però, emergono distorsioni. Chiamate senza preavviso. Periodi di inattività che si sovrappongono alle ferie. Lavoratori impiegati per oltre l’87% dell’anno sotto una formula nata per l’intermittenza. Quando l’intermittenza copre quasi tutto l’anno, la domanda diventa inevitabile: si tratta ancora di stagionalità o di indeterminato mascherato?

L’Ispettorato del Lavoro ha avviato un piano speciale il 31 marzo 2025. Sono stati inviati 737 avvisi alle imprese. Dopo le verifiche, 363 contratti temporanei sono stati trasformati in indeterminati.

Altri 638 fissi discontinui sono stati convertiti in indeterminati ordinari nei casi in cui l’attività risultava praticamente continuativa.

(Fonte: dati amministrativi ufficiali – Inspección de Trabajo y Seguridad Social, piano di controllo contrattuale 2025).

I numeri delle conversioni raccontano un fatto. Le irregolarità non sono un’eccezione marginale.

Il doppio filo della stabilità formale

Il fisso discontinuo rappresenta per molti giovani una porta di ingresso nel mercato del lavoro canario. Offre contributi, diritti, accesso alla disoccupazione. Formalmente è più garantista rispetto al vecchio contratto temporaneo a catena.

La realtà sociale dell’Arcipelago resta segnata da una forte stagionalità economica. Turismo dominante. Servizi legati ai flussi. Commercio che si accende e si spegne a seconda del calendario. In questo contesto, la stabilità diventa intermittente come l’economia che la sostiene.

Il dibattito non dovrebbe fermarsi al numero dei contratti firmati, ma interrogarsi sulla qualità effettiva dell’occupazione.

Si può pianificare una vita, accendere un mutuo, costruire un progetto familiare lavorando sei o otto mesi l’anno?

Si può parlare di stabilità quando il reddito è ciclico e incerto?

Il rischio è confondere il nome del contratto con la realtà del lavoro. Si può parlare di “fisso” sul piano giuridico, mentre nella vita concreta il reddito resta intermittente e incerto. La stabilità formale non sempre coincide con una stabilità economica reale.

La vera questione non è solo quanti contratti esistono. Il punto centrale riguarda quale modello economico continua a produrre lavoro stagionale come norma strutturale.

Si apre però un interrogativo più scomodo: questa evoluzione contrattuale sta migliorando davvero la qualità del lavoro oppure sta soprattutto modificando la classificazione statistica dell’occupazione?

Se una parte della precarietà viene ricondotta formalmente dentro la categoria degli “indefiniti” attraverso il fisso discontinuo, il rischio è che gli indicatori risultino più solidi sulla carta, mentre nella sostanza il lavoro resti ciclico, frammentato e strutturalmente instabile.

Finché questa base non cambia, ogni riforma rischia di essere un correttivo tecnico su un sistema che rimane fragile.

 

 

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