Le maggiori difficoltà si concentrano soprattutto nell’arcipelago, con Tenerife in prima linea e Gran Canaria tutt’altro che marginale. Intanto si muovono cantieri e progetti, ma tra scarichi ancora fuori norma e ritardi strutturali l’emergenza non è chiusa.
✍️ Italiano alle Canarie
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Il quadro di partenza
La questione non nasce oggi e non si può liquidare come un allarme improvviso o come una polemica passeggera. Alla fine del 2025 la Spagna è stata condannata dalla giustizia europea per gravi carenze nella raccolta, nel trattamento e nel controllo delle acque reflue urbane.
Una parte rilevante delle criticità si concentra proprio nelle Canarie, e Tenerife continua a essere uno dei punti più delicati dell’intero arcipelago.
Questo è il punto da cui bisogna partire, perché senza questo contesto gli sviluppi del 2026 rischiano di apparire come una normale disputa politica locale, quando in realtà riguardano un problema già riconosciuto e sanzionato dalla giustizia europea.
Tra narrazione e realtà
Alcuni interventi ci sono davvero, alcuni comuni accelerano, qualcuno parla perfino di “vertido cero”, e sarebbe sbagliato fingere che nulla si stia muovendo.
Il problema è che la realtà resta molto meno rassicurante della narrazione. I lavori annunciati, gli accordi firmati e i progetti avviati raccontano un tentativo di correzione, ma non cancellano anni di ritardi, omissioni e sottovalutazioni che hanno lasciato sedimentare una crisi ambientale diventata quasi ordinaria nella percezione pubblica.
Tenerife, Gran Canaria e il resto dell’arcipelago
Tenerife continua a essere il cuore della crisi dei vertidos nelle Canarie, con 180 punti di scarico su 403 censiti nell’arcipelago. Anche Gran Canaria compare con 115 punti di scarico censiti nel registro aggiornato. Già questo basterebbe a chiarire una cosa essenziale: il problema non riguarda una sola isola e non può essere ridotto a un singolo caso simbolico.
Tenerife è il punto più pesante della crisi. Gran Canaria conferma che il problema non si esaurisce in una sola isola, e anche il resto dell’arcipelago, pur con numeri più contenuti, resta coinvolto in un quadro molto più ampio e strutturale.
Non si tratta solo di scarichi illegali in senso stretto, ma di un insieme di punti autorizzati, altri in fase di regolarizzazione e altri ancora non autorizzati, che conferma quanto il problema sia diffuso.
Tradotto in termini semplici: il problema non è rientrato, resta lì, ancora enorme.
La differenza tra un punto autorizzato, uno in fase di regolarizzazione e uno non autorizzato conta sul piano amministrativo, ma non basta a rendere rassicurante il quadro generale. Quando il numero complessivo resta così alto, il segnale che arriva è comunque quello di una fragilità profonda nella gestione del sistema.
I segnali di cambiamento non bastano
Granadilla de Abona punta a diventare il primo municipio di Tenerife con “vertido cero”. A Candelaria partono nuove opere. Sono segnali che vanno registrati e che sarebbe sbagliato ignorare, perché indicano che almeno in alcuni punti si sta cercando di invertire la rotta.
Il problema, però, è che qualche cantiere non basta a ripulire anni di ritardi, inerzie e scarichi che hanno trasformato un’emergenza cronica in una sorta di abitudine amministrativa.
Una crisi di questa portata non si misura sulle conferenze stampa o sulle intenzioni dichiarate, ma sulla riduzione effettiva degli scarichi irregolari, sul miglioramento reale delle acque e sulla capacità delle istituzioni di chiudere finalmente una lunga stagione di interventi tardivi.
Una responsabilità aperta
La domanda vera non è se si stia facendo qualcosa, ma perché si sia arrivati a questo punto e perché, ancora oggi, Tenerife continui a sopportare il peso più duro di una crisi ambientale che riguarda tutto l’arcipelago.
A furia di convivere con il problema, il rischio è che la sua gravità venga normalizzata, quasi fosse una componente inevitabile del paesaggio amministrativo delle Canarie. Proprio questa assuefazione è il punto più pericoloso, perché quando una ferita resta aperta troppo a lungo, si finisce per considerarla meno scandalosa di quanto sia davvero.
Quando oltre metà dei punti attivi nelle Canarie non è pienamente regolarizzata, non si può parlare di normalità e non esiste formula politica che possa giustificarlo.
Non basta dire che qualcosa si sta facendo. Non basta promettere che la situazione migliorerà. Non basta neppure rivendicare qualche intervento puntuale se il quadro complessivo continua a restituire l’immagine di un arcipelago che fatica ancora a mettere sotto controllo uno dei suoi nodi ambientali più evidenti e più scomodi.
Perché una cosa è annunciare la soluzione, un’altra è smettere davvero di convivere con il problema. Una cosa è usare il linguaggio del cambiamento, un’altra è produrre risultati che siano visibili, misurabili e durevoli nel tempo.
Finché questo nodo non sarà sciolto, la responsabilità politica e istituzionale resta tutta sul tavolo.


