La campagna di sensibilizzazione punta sul turismo responsabile, ma dietro il tono educativo riemerge il lato più fragile del modello turistico canario.
✍️ Italiano alle Canarie
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Le Canarie sembrano ormai avviate verso una deriva paradossale. Dopo decenni passati a costruire un modello turistico basato più sulla quantità che sulla qualità, la politica regionale pare aver deciso che una delle risposte al deterioramento del territorio debba passare anche dall’educazione del visitatore.
Il riferimento è alla campagna di sensibilizzazione promossa da Turismo de Canarias per favorire un turismo più responsabile e rispettoso dell’ambiente. L’iniziativa, lanciata nel 2025 e presentata ufficialmente come permanente, non appartiene a un episodio comunicativo già archiviato, ma resta un riferimento della strategia turistica canaria.
A maggio 2026 il tema può essere ripreso proprio da qui: non come notizia vecchia, ma come simbolo attuale di un’impostazione politica che continua a puntare su messaggi educativi e tono emozionale. Il punto è capire se tutto questo basti davvero davanti a comportamenti che, spesso, non nascono da disinformazione, ma da inciviltà e senso di impunità.
La campagna negli aeroporti
Secondo la comunicazione istituzionale, la campagna si sviluppa attraverso totem pubblicitari digitali installati negli otto aeroporti dell’arcipelago, nelle aree di raccolta bagagli, arrivi e parcheggio. Il messaggio viene proposto in spagnolo e in inglese, con lo slogan: “Rispetta l’ambiente delle isole e loro ti apriranno il cuore”.
Attraverso un codice QR, i visitatori vengono indirizzati a una landing page con consigli per viaggiare in modo sostenibile. La logica ufficiale è intercettare il turista appena arriva, ricordandogli comportamenti elementari: non portare via pietre, conchiglie o altri elementi naturali, non disturbare la fauna, non uscire dai sentieri, non lasciare rifiuti.
Il passaggio più significativo è però un altro. Turismo de Canarias sostiene che molte pratiche irrispettose verso gli ecosistemi avverrebbero per “mero desconocimiento”, semplice mancanza di conoscenza. Cita, per esempio, il caso dell’aeroporto di Fuerteventura, dove viene sequestrato un volume importante di conchiglie e rodoliti portati via dai turisti come ricordo della vacanza.
Quando l’ignoranza diventa un alibi
L’ignoranza può spiegare alcuni comportamenti. Non può però diventare l’alibi generale di un modello che troppo spesso confonde la tolleranza con l’impunità.
Davvero un adulto ha bisogno di un totem digitale per capire che non si portano via elementi naturali da un territorio fragile? Davvero serve uno slogan emozionale per spiegare che non si esce dai sentieri e non si trattano le isole come un souvenir da smontare pezzo per pezzo?
Il caso del milione di euro destinato a questo tipo di iniziative diventa allora politicamente discutibile. Una cosa è informare. Un’altra è trasformare la sensibilizzazione nella principale risposta pubblica davanti a comportamenti che spesso richiederebbero controlli, multe e sanzioni reali.
La domanda scomoda non è se sia giusto spiegare ai visitatori che le Canarie sono un territorio fragile. La domanda è un’altra: dopo un anno di messaggi sul turismo responsabile, perché il territorio continua ad avere soprattutto bisogno di controllo, limiti e autorità?
Il confine tra sensibilizzazione e resa politica
Molti di coloro che devastano spazi naturali, ignorano divieti o trasformano zone protette in scenografie per social network non lo fanno per ignoranza. Lo fanno perché sanno che, molto spesso, non succede nulla.
Negli ultimi anni le immagini si sono moltiplicate: turisti che scavalcano protezioni naturali per un selfie, persone fuori dai percorsi consentiti nelle aree vulcaniche, accampamenti abusivi sulle dune, rifiuti lasciati in spiaggia, incisioni sulle rocce.
Alle Canarie, troppo spesso, si preferisce il tono pedagogico. Sensibilizzare non è sbagliato, ma diventa debolezza quando prende il posto dell’autorità.
Un conto è spiegare il valore di un ecosistema fragile. Un altro conto è usare denaro pubblico, compresi fondi europei, per produrre messaggi emozionali mentre mancano controlli reali, personale sufficiente e sanzioni capaci di fare da deterrente.
Il residente paga, il turista viene istruito
Molti cittadini canari osservano questa situazione con crescente esasperazione. Da una parte convivono con traffico congestionato, pressione immobiliare, spiagge sovraffollate e consumo del territorio. Dall’altra vedono un turista che viene accompagnato e quasi coccolato, anche quando il suo comportamento danneggia il patrimonio naturale.
Dentro questo scenario, investire un milione di euro in una campagna educativa rischia di apparire come l’ennesimo simbolo di una politica incapace di affrontare il problema alla radice.
La questione non riguarda soltanto l’inciviltà di alcuni visitatori. Il vero problema riguarda il modello turistico stesso.
La quantità venduta come successo
Per anni la priorità è stata aumentare numeri, arrivi, occupazione alberghiera, collegamenti aerei e capacità ricettiva. Più turisti significava automaticamente successo.
Poca attenzione, invece, è stata dedicata agli effetti collaterali: pressione sugli affitti, consumo del territorio, saturazione delle infrastrutture, peggioramento della qualità della vita e perdita di equilibrio tra economia turistica e vivibilità.
Molti residenti non contestano il turismo in sé. Contestano l’assenza di limiti, controllo e una strategia realmente orientata alla qualità.
La sensazione crescente è che qualunque sacrificio venga considerato accettabile purché il flusso turistico continui a crescere, anche quando questo significa adattare le isole alle esigenze del visitatore.
Non è una guerra al turista
Generalizzare sarebbe scorretto. Milioni di visitatori rispettano le isole, contribuiscono all’economia locale e comprendono il valore naturale dell’arcipelago.
Il problema riguarda quella parte di turismo incivile che tratta le Canarie come un parco tematico a basso costo, dove tutto è consentito e ogni limite viene percepito come un fastidio.
Una minoranza, forse, ma sufficientemente visibile da generare danni concreti e crescente malcontento sociale.
Molti cittadini chiedono altro: più controlli nelle aree naturali sensibili, più personale di vigilanza, più sanzioni dissuasive, più limiti nei territori fragili, più qualità e meno ossessione per i numeri.
Nessuna campagna pubblicitaria potrà sostituire il rispetto delle regole. Nessun video emozionale potrà compensare anni di permissivismo.
La lezione andrebbe fatta alla politica
Il milione di euro destinato a questa campagna rischia di diventare il simbolo di una crisi più profonda: quella di una politica che continua a trattare il turismo come un settore da proteggere a ogni costo, anche quando il malessere sociale aumenta e il territorio mostra segnali evidenti di saturazione.
Molti canari oggi non chiedono la fine del turismo. Chiedono semplicemente che il territorio, la vita quotidiana di chi abita nelle isole e la fragilità dell’arcipelago vengano messi sullo stesso piano degli interessi del visitatore.
Perché le Canarie non possono essere ridotte a un gigantesco parco vacanze dove tutto è concesso purché il turista continui a spendere.
Le Canarie non hanno bisogno di trasformarsi in un’aula di educazione civica per turisti distratti o maleducati, ma avrebbero bisogno di una classe politica capace di difendere il territorio con equilibrio, autorevolezza e visione.


