Meno dell’1% delle zone metropolitane risulta accessibile a chi percepisce lo SMI. La costa è ormai fuori portata.
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✍️ Italiano alle Canarie
La conquista sociale e il confronto con la realtà
Il salario minimo in Spagna viene presentato come una delle principali conquiste sociali degli ultimi anni. Per il 2025 è stato fissato a 1.221 euro lordi al mese per 14 mensilità, pari a circa 1.141 euro netti. Una cifra che, nelle intenzioni, dovrebbe garantire autonomia economica e dignità.
Il mercato immobiliare di Las Palmas de Gran Canaria racconta però una storia diversa. Con questo livello di reddito non è possibile affittare un appartamento nel senso pieno del termine in quasi nessun quartiere della città. Non si parla di un monolocale di 25 o 30 metri quadrati, ma di un’abitazione di dimensioni adeguate, indicativamente tra i 70 e gli 80 metri quadrati, idonea a ospitare una famiglia. Il dato non nasce da una valutazione ideologica, ma dall’analisi numerica del rapporto tra reddito e costo degli affitti.
Il problema centrale non riguarda soltanto l’importo nominale del salario, bensì il suo potere reale rispetto al costo della vita. Quando il canone di locazione assorbe oltre il 75% dello stipendio, o addirittura supera il 100%, la funzione protettiva della misura risulta totalmente inadeguata rispetto all’obiettivo di garantire stabilità e autonomia economica.
L’eventuale scelta di trasferirsi in zone periferiche o meno richieste non risolve il problema strutturale. Un canone leggermente inferiore può tradursi in maggiori costi di trasporto, minore qualità dei servizi e peggiori condizioni abitative. La sostenibilità economica complessiva resta fragile.
Un salario minimo che non consente l’accesso all’abitazione nel capoluogo solleva interrogativi concreti sulla sua capacità di garantire un reddito realmente dignitoso.
Lo studio dell’Universidad de Las Palmas de Gran Canaria (ULPGC)
La situazione emerge dallo studio accademico Living on the Edge: The Precariat Amid the Rental Crisis in the Metropolitan Area of Las Palmas de Gran Canaria, realizzato da ricercatori della ULPGC.
La ricerca analizza, quartiere per quartiere, lo sforzo economico necessario per sostenere un affitto. I risultati indicano che meno dell’1% delle sezioni censuarie dell’area metropolitana risulta accessibile per una persona che percepisce il Salario Minimo Interprofessionale (SMI).
Le poche aree relativamente meno onerose si trovano lontano dalla costa, con una forte presenza di edilizia pubblica, e sono caratterizzate da vulnerabilità socioeconomica.
Crisi degli affitti: i dati
Nel 2022, con uno SMI pari a 1.166 euro lordi mensili, solo lo 0,87% delle sezioni censuarie risultava accessibile nel segmento delle abitazioni collettive (palazzi o condomini). Nel caso delle abitazioni unifamiliari (case terranee o villette), la percentuale saliva al 4,88%.
L’aggiornamento dei prezzi al 2025, sulla base dell’evoluzione reale del mercato, evidenzia un ulteriore peggioramento. Non esiste più alcuna sezione censuaria accessibile nel segmento delle abitazioni collettive per chi percepisce lo SMI.
Dove il peso è relativamente inferiore
Lo studio non propone un elenco chiuso di quartieri “accessibili”, poiché quasi nessuna zona rispetta il criterio secondo cui l’affitto non dovrebbe superare il 30% del reddito.
Viene tuttavia individuato un modello territoriale chiaro. Le aree con minore pressione immobiliare coincidono con quartieri storicamente vulnerabili, con presenza di edilizia sociale o di autocostruzione e situati lontano dal litorale. Tra questi vengono citati Las Rehoyas, Jinámar e Schamann.
Il canone non può essere definito basso neppure in questi casi. Lo sforzo economico richiesto resta elevato, sebbene risulti leggermente inferiore rispetto alle zone centrali e costiere.
I quartieri fuori portata
Le zone costiere e i quartieri rivalutati risultano del tutto inaccessibili per chi percepisce il salario minimo. Tra questi figurano Las Canteras, Avenida Marítima, La Minilla, Altavista, 7 Palmas e Ciudad del Campo.
Il corridoio (Triana–Vegueta–Mesa y López) risulta particolarmente costoso, ma anche le nuove periferie come Las Torres–La Minilla e, fuori dal perimetro della capitale, la costa di Telde e le aree limitrofe di Santa Brígida non sono economiche.
Oltre il 100% del reddito
In alcune di queste zone il canone può superare il 75% dello SMI. Nei casi più estremi analizzati dallo studio, il costo medio oltrepassa il 100%.
Un appartamento in edificio collettivo può richiedere uno sforzo pari al 103,76% del salario minimo. Una villetta a schiera o abitazione simile può arrivare al 108,68%. La conseguenza è evidente: neppure destinando l’intero stipendio sarebbe possibile coprire la locazione.
Una città sempre più frammentata
Il mercato degli affitti sta contribuendo a una crescente frammentazione urbana. Le zone costiere, i quartieri dotati di servizi e le aree rivalutate si consolidano come spazi riservati a redditi medio-alti. La popolazione con entrate più basse tende invece a concentrarsi in settori periferici e con qualità residenziale inferiore.
Il fenomeno non riguarda più soltanto chi è disoccupato. Coinvolge anche lavoratori che, pur percependo lo SMI, non riescono ad accedere a un’abitazione senza compromettere la propria stabilità economica. I ricercatori definiscono questa condizione “precariato residenziale”.
La domanda, a questo punto, non è retorica ma strutturale. Se un salario minimo regolamentato non consente di affittare in quasi nessun quartiere della capitale, quale emancipazione reale è possibile per i giovani?
Quale politica urbana può evitare l’ulteriore consolidamento di aree periferiche e vulnerabili all’interno di Las Palmas de Gran Canaria, se il mercato continua a espellere chi lavora ma non guadagna abbastanza?
Un problema che va oltre l’isola
Ciò che accade a Las Palmas de Gran Canaria non è un’eccezione locale, ma lo specchio di una dinamica più ampia. La stessa tensione tra salario minimo e mercato immobiliare si riscontra nei grandi centri della Spagna peninsulare: Madrid, Barcellona, Valencia, Siviglia.
La distanza tra redditi e affitti non è un incidente statistico, ma un divario strutturale. Quando uno stipendio legale, stabilito per garantire una soglia minima di dignità, non copre neppure il costo di un’abitazione adeguata — o lo copre lasciando al lavoratore margini quasi nulli per vivere — il problema non è più individuale.
Il caso di Las Palmas, come quello di Tenerife, diventa allora emblematico. Non si tratta di negare il valore simbolico o redistributivo del salario minimo. Si tratta di constatare che, nell’attuale configurazione del mercato immobiliare, esso risulta strutturalmente inadeguato a garantire autonomia abitativa.
Un salario minimo che non consente di pagare un affitto senza sacrificare tutto il resto non è uno strumento di emancipazione ma un pannicello caldo di fronte a un’infezione galoppante.


