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Appalti pubblici alle Canarie: criticità strutturali nel sistema

✍️ Italiano alle Canarie

Che il sistema degli appalti pubblici alle Canarie fosse opaco non era certo una novità per chi osserva da anni le dinamiche amministrative dell’arcipelago. La differenza, oggi, è che questa opacità non resta più nel campo delle percezioni o delle denunce informali: qualcuno la mette nero su bianco e la espone senza giri di parole, all’interno di un documento ufficiale.

A farlo è Pedro Pacheco, presidente della Corte dei Conti delle Canarie, in un rapporto formale di prevenzione della corruzione che certifica un dato difficilmente aggirabile e ancora più difficilmente giustificabile: solo il 7% degli appalti pubblici canari rispetta pienamente la legge.

Il dato non è astratto. Su 819 organi di contrattazione ispezionati, appena il 7% programma le proprie gare come impone la Legge sui Contratti del Settore Pubblico, una norma che non lascia spazio a interpretazioni discrezionali ma stabilisce obblighi chiari e verificabili.

Il presidente della Corte dei Conti delle Canarie ha inoltre precisato che i dati contenuti nella relazione si riferiscono al 2022, ma che lo stesso schema di inadempienza si è ripetuto nel 2023 e negli anni successivi, configurando una tendenza strutturale e non una deviazione temporanea.

Una norma chiara, largamente disattesa

La legge è esplicita: le amministrazioni pubbliche devono programmare, pianificare e pubblicare in anticipo la propria attività contrattuale, garantendo trasparenza, concorrenza e parità di accesso. Nella pratica, però, alle Canarie la programmazione resta un’eccezione, non la regola, e viene spesso trattata come un adempimento secondario.

Questa mancanza di pianificazione preventiva indebolisce l’intero sistema degli appalti, riduce la possibilità di controllo pubblico e apre spazi di discrezionalità che la normativa intendeva proprio evitare.

Il ricorso sistematico ai contratti minori

Il quadro è aggravato da un altro dato particolarmente significativo: il 60% delle contrattazioni locali avviene tramite contratti minori, uno strumento previsto dalla legge per far fronte a situazioni impreviste ed eccezionali. Nella realtà amministrativa canaria, però, il contratto minore viene utilizzato in modo sistematico, diventando una scorciatoia ordinaria.

Il risultato è noto e documentato: meno controlli preventivi, minore concorrenza tra operatori economici, minore trasparenza nei processi decisionali e una distorsione del mercato pubblico.

L’alibi della complessità non regge

Una delle giustificazioni più ricorrenti è quella della presunta complessità amministrativa. Eppure, questo argomento non regge alla prova dei fatti. Il Servizio Canario della Salute, che gestisce il maggior volume e la maggiore complessità di appalti dell’intera amministrazione regionale, programma regolarmente le proprie contrattazioni.

Un esempio concreto che dimostra come la legge non sia affatto inapplicabile o irrealistica: semplicemente, troppo spesso non viene considerata una priorità politica e gestionale.

Un problema strutturale

Il risultato complessivo è una pubblica amministrazione in cui la programmazione viene trattata come un fastidio burocratico, una pratica da sbrigare sulla carta – quando va bene – mentre la verifica a fine esercizio resta un’eccezione tollerata, non una prassi consolidata.

È qui che si sgretola la narrativa rassicurante. Quella che ripete che va tutto bene, che il PIL cresce, che gli indicatori macroeconomici sono positivi, che le Canarie “corrono” e che il sistema nel suo complesso funziona.

Basta però grattare appena la superficie per scoprire che le stesse istituzioni che predicano efficienza e legalità sono spesso quelle che disattendono le regole minime di trasparenza e programmazione. Non per incapacità tecnica, ma per abitudine amministrativa, convenienza operativa e assenza di conseguenze reali.

Non si tratta di episodi isolati né di singole disfunzioni. Qui emerge un modello consolidato, in cui la scorciatoia diventa metodo e l’eccezione diventa sistema, con effetti diretti sulla qualità della spesa pubblica e sulla fiducia dei cittadini.

Si rassicura a parole, si celebra la crescita, si sbandierano numeri. Poi, nei fatti, si fa tutt’altro. Il problema non è amministrativo: è politico, strutturale e profondamente culturale.

 

 

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