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Canarie, oltre 50 organizzazioni contro il cluster della difesa

Presentato un esposto al Governo delle Canarie contro il progetto legato all’industria della difesa. Il cluster (polo industriale) esiste ed è documentato, mentre la denuncia sulla “militarizzazione” resta, allo stato attuale, una lettura politica dei promotori

✍️ Italiano alle Canarie

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Un esposto formale presentato da oltre cinquanta organizzazioni, tra associazioni, movimenti, sindacati, partiti e collettivi civici, alla Presidenza del Governo delle Canarie riapre il dibattito sul ruolo strategico dell’arcipelago nel settore della difesa e sul confine, sempre più sensibile, tra sviluppo industriale e proiezione geopolitica del territorio.

I firmatari denunciano quello che definiscono un possibile “avanzamento della militarizzazione” del territorio.
Il documento è stato presentato nei giorni scorsi nell’ambito del diritto di petizione previsto dall’articolo 29 della Costituzione spagnola. Al centro della contestazione c’è la recente iniziativa legata alla creazione di un “Clúster Canario de la Industria de Defensa”, vale a dire un polo canario della difesa.

Il progetto esiste, ma ha una matrice economica

La nascita del cluster, vale a dire del polo canario della difesa, non è un’ipotesi teorica: esiste una base concreta e pubblicamente rivendicata dai soggetti promotori. La Confederación Española de Organizaciones Empresariales (CEOE) di Tenerife ha confermato pubblicamente l’avvio di un percorso per sviluppare un ecosistema industriale legato alla difesa, coinvolgendo attori come PwC, Proexca e il Cabildo di Tenerife.

L’obiettivo dichiarato è quello di inserire le imprese canarie nella catena del valore di un settore in forte crescita a livello europeo, con particolare attenzione alle tecnologie duali, cioè utilizzabili sia in ambito civile sia militare.
Il progetto si inserisce inoltre nella più ampia strategia aerospaziale delle Canarie, che guarda anche alle politiche europee su sicurezza, spazio e innovazione.

Le accuse delle organizzazioni

Da qui in avanti, però, entra in campo una lettura radicalmente diversa, quella delle organizzazioni firmatarie del manifesto. Secondo il portavoce José Manuel Rivero, il cluster, o polo canario della difesa, rappresenterebbe il primo passo verso l’installazione nelle isole di un vero e proprio complesso militare-industriale con proiezione internazionale.

Le dichiarazioni parlano esplicitamente di radar, droni e tecnologie di guerra elettronica, con il rischio — secondo questa visione — di trasformare le Canarie in un obiettivo strategico in caso di conflitti nelle aree vicine, dal Sahel al Golfo di Guinea.
Questa è una tesi politicamente forte, ma non ancora provata nei termini più avanzati con cui viene formulata.

Il linguaggio utilizzato è fortemente politico e introduce elementi che, allo stato attuale, non risultano confermati da fonti istituzionali o documenti ufficiali disponibili. In altre parole, il progetto industriale è reale, ma il salto automatico verso una militarizzazione conclamata dell’arcipelago, invece, resta un’interpretazione.

Il nodo politico e storico

Le organizzazioni richiamano anche un elemento storico preciso: il referendum del 1986 sull’adesione della Spagna alla NATO, in cui nelle Canarie prevalse il “no”.
Da qui nasce la rivendicazione di una vocazione neutrale dell’arcipelago, considerata dai firmatari incompatibile con qualsiasi sviluppo industriale legato alla difesa.
Questa impostazione, tuttavia, si scontra con la realtà giuridica e geopolitica attuale. Le Canarie sono territorio spagnolo e, di conseguenza, pienamente integrate nel quadro NATO attraverso lo Stato.

Tra sviluppo economico e timori geopolitici

Il punto centrale, in realtà, non è tanto l’esistenza del progetto, quanto il significato politico che gli viene attribuito.
Da un lato c’è una strategia economica e produttiva che punta a diversificare l’economia canaria entrando in settori ad alto valore tecnologico, sicurezza compresa.
Dall’altro c’è una lettura politica che vede in questa evoluzione un rischio di militarizzazione e di esposizione dell’arcipelago a dinamiche internazionali più conflittuali.

Due narrazioni opposte che, per ora, si muovono su piani diversi: una documentata nei suoi obiettivi economici e industriali, l’altra costruita su timori, precedenti storici e scenari che restano, almeno in parte, da dimostrare.
La partita, più che militare, appare per il momento soprattutto politica, strategica e comunicativa.
Il rischio, per chi osserva il fenomeno, è confondere un progetto industriale già avviato con scenari che, almeno per ora, appartengono più al terreno della denuncia che a quello dei fatti pienamente provati.

 

 

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