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Canarie, fino a 50 mila immigrati nella fase in presenza della regolarizzazione straordinaria

Dagli sportelli al lavoro regolare: nelle Canarie prende forma una misura che può far emergere il sommerso, ma che apre anche nuovi interrogativi su occupazione, casa e tenuta sociale dell’arcipelago.

✍️ Italiano alle Canarie

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Da oggi la regolarizzazione straordinaria entra anche nella sua fase in presenza, sia nelle Canarie sia nel resto del territorio spagnolo. Non si tratta di un dettaglio organizzativo secondario, ma del passaggio che rende la misura visibile, tangibile e concretamente accessibile a migliaia di persone che fino a ieri potevano muoversi soltanto sul piano telematico.

C’è un dato che da solo basta a spiegare la portata della misura: nelle Canarie potrebbero essere coinvolte fino a 50 mila persone, secondo le stime più attendibili, una platea paragonabile a quella di una città come Mantova. A livello nazionale si parla invece di circa 500.000 possibili beneficiari, vale a dire l’equivalente circa di una grande città come Genova.

Già questo confronto aiuta a capire che non siamo davanti a un semplice adempimento amministrativo, ma a un processo che può incidere in modo concreto sulla struttura sociale e lavorativa di un territorio che da anni convive con una forte pressione migratoria, con un mercato del lavoro fragile e con squilibri interni che non possono essere ignorati.

Una domanda che emerge subito con forza

Il Governo spagnolo ha approvato il Real Decreto il 14 aprile, lo ha pubblicato nel BOE il 15 ed è entrato in vigore il 16. Già nelle prime ore, quando era disponibile solo la modalità online, sono arrivate 13.500 richieste telematiche. In poco più di un giorno sono state inoltre confermate 19.633 prenotazioni per l’accesso in presenza.

Sono numeri che mostrano con chiarezza una cosa: il bisogno c’era ed era ampio. Mostrano anche che la misura intercetta una domanda reale, immediata e già pronta a emergere. Quando una procedura amministrativa produce in così poco tempo una risposta di queste dimensioni, significa che dietro non c’è soltanto l’interesse per un’opportunità formale, ma una fascia molto estesa di persone che aspettava da tempo un canale di regolarizzazione.

In questo senso, la rapidità delle richieste non è solo un dato statistico. È anche un indicatore politico e sociale, perché fotografa l’esistenza di una realtà sommersa già radicata, già presente nei territori e già inserita, in molti casi, in circuiti di vita e di lavoro che fino ad ora restavano in una zona grigia.

Dagli sportelli prende forma la procedura

Nelle Canarie la procedura in presenza si attiva da oggi con appuntamento obbligatorio tramite il numero 060 o il portale del Ministero. La domanda potrà essere presentata in 24 uffici postali distribuiti nelle isole e, nel caso di Gran Canaria, anche presso l’ufficio della Seguridad Social in calle Presidente Alvear.

Questo significa che la regolarizzazione esce definitivamente dalla dimensione astratta del decreto e si trasferisce sul terreno concreto degli sportelli, delle prenotazioni, della documentazione da consegnare e dei tempi da rispettare.

Questo è  il momento in cui la misura comincia davvero a misurarsi con la realtà quotidiana delle persone e con la capacità del sistema di assorbire una domanda potenzialmente molto elevata.

Il messaggio ufficiale è netto anche su un altro punto: l’appuntamento è gratuito e nessuno può chiedere denaro per prenotarlo. Il procedimento resterà aperto fino al 30 giugno. Anche questo passaggio non è marginale, perché prova a prevenire intermediazioni opache, abusi e piccoli circuiti di speculazione che spesso tendono a formarsi quando una procedura molto richiesta incontra urgenza, fragilità e bisogno.

La regolarizzazione resta dentro paletti precisi

I requisiti fissati dal decreto delimitano il perimetro della misura. Occorre trovarsi in Spagna da prima del 1° gennaio 2026, avervi soggiornato in modo continuativo per almeno cinque mesi prima della domanda e non avere precedenti penali. Il permesso avrà una validità iniziale di un anno, dopo il quale i beneficiari dovranno transitare nelle forme ordinarie previste dal Regolamento sull’Immigrazione.

Questo punto è importante perché chiarisce che non si tratta di una regolarizzazione illimitata o priva di condizioni. Il provvedimento stabilisce una cornice precisa e temporanea, dentro la quale l’emersione dall’irregolarità viene consentita a fronte di determinati requisiti. Proprio per questo, la misura non cancella il tema dell’integrazione successiva, ma lo rinvia alla fase successiva, quella in cui la posizione ottenuta dovrà consolidarsi dentro i percorsi ordinari previsti dalla normativa.

Il vero snodo è l’accesso legale al lavoro

Il punto però non è solo amministrativo, ma l’avvio stesso della procedura che comporta automaticamente l’abilitazione al lavoro in tutto il territorio nazionale e in qualsiasi settore di attività. Questo significa che non si parla soltanto di documenti, sportelli e moduli, ma dell’ingresso legale nel mercato del lavoro, con tutto ciò che ne deriva sul piano della dignità, della stabilità e dell’emersione dal sommerso.

Da questo passaggio la misura cambia realmente natura. Finché la questione resta confinata nella sfera burocratica, il dibattito può rimanere astratto. Quando invece la procedura apre la porta al lavoro regolare, entrano in gioco dinamiche molto più profonde: salari, contribuzione, contratti, accesso ai diritti, concorrenza nel mercato occupazionale, capacità di assorbimento dei diversi settori economici.

Alla persona richiedente verrà inoltre assegnato un numero personale di Seguridad Social e, dopo la risoluzione favorevole definitiva, dovrà essere richiesta la Tarjeta de Identidad de Extranjero entro un mese. Anche questo dettaglio rafforza l’idea che il provvedimento non si esaurisca nella sola regolarizzazione formale, ma apra un percorso di pieno inserimento amministrativo e lavorativo.

Le conseguenze andranno ben oltre l’annuncio

Qui si gioca una parte importante della credibilità dell’intero provvedimento. Regolarizzare non significa soltanto registrare una presenza che già esiste. Significa trasformare una condizione precaria in una posizione riconosciuta, con diritti, doveri e accesso legale al lavoro.

In un territorio come quello canario, dove il tema migratorio viene spesso raccontato solo in chiave emergenziale o numerica, il punto vero è un altro: quante persone oggi invisibili entreranno davvero in un circuito regolare e quali effetti avrà questo passaggio nel medio periodo sul piano sociale, economico e occupazionale.

L’emersione di una fascia ampia di manodopera oggi irregolare può avere effetti positivi evidenti: riduce il sommerso, amplia la base contributiva, rafforza le tutele e rende più trasparente il mercato del lavoro. Può inoltre offrire maggiore tracciabilità istituzionale, ridurre aree di vulnerabilità estrema e spingere una parte del sistema economico a misurarsi con regole più chiare.

Il punto, però, è che un’operazione di questa portata non è a costo zero. In un arcipelago che già convive con salari bassi, pressione abitativa, servizi sotto tensione e forti squilibri sociali, l’ingresso regolare di decine di migliaia di persone può produrre nuove tensioni sul lavoro, sulla casa e sui servizi pubblici, se non sarà accompagnato da una reale capacità di assorbimento economico e sociale.

Il rischio, altrimenti, è raccontare la regolarizzazione come una soluzione completa quando in realtà rappresenta soltanto l’inizio di una fase più complessa. Emergere dall’irregolarità è un passaggio necessario. Non basta però, da solo, a garantire integrazione, stabilità occupazionale, accesso abitativo o coesione sociale.

La questione dunque non è negare il valore della regolarizzazione, ma smettere di raccontarla come se bastasse da sola a risolvere tutto. Far emergere una realtà sommersa è necessario. Governarne davvero le conseguenze, nelle Canarie, sarà la prova più concreta.

 

 

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