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Gran Canaria, il rischio blackout spinge il Governo verso la centrale elettrica galleggiante

La situazione è più seria di quanto sembri: Gran Canaria non ha molto margine davanti al rischio blackout e valuta una soluzione d’emergenza a forte impatto ambientale nel porto di Las Palmas.

✍️ Italiano alle Canarie

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Dei 135 megawatt di deficit che si prevedeva di coprire con il concorso espresso, in attesa delle misure definitive, i progetti aggiudicati ne garantiscono appena 35.

Il buco resta quindi di 100 MW. Non si tratta di una semplice difficoltà tecnica, ma di una criticità energetica che mette Gran Canaria davanti a uno scenario serio, con conseguenze potenzialmente pesanti per cittadini, imprese e servizi essenziali.

Una soluzione d’emergenza per evitare lo zero energetico

L’urgenza del Governo delle Canarie, e più concretamente della Consejería de Transición Ecológica, di collocare nel porto di Las Palmas una centrale elettrica galleggiante — il cosiddetto “barco turco”, una nave dotata di impianti di produzione elettrica — nasce dalla necessità di cercare una soluzione rapida per evitare uno scenario che non può più essere trattato come una remota ipotesi: uno zero energetico nell’isola di Gran Canaria, simile a quello vissuto di recente in altre isole, come La Gomera nell’estate del 2023.

Il punto critico è che questa risposta d’emergenza non sarebbe neutra. Una centrale galleggiante alimentata a gasolio, ferma nel porto di Las Palmas, porterebbe con sé un impatto ambientale evidente proprio in una delle aree strategiche e più delicate della città.

Il dato politico e amministrativo più evidente è che le decisioni e le misure adottate negli ultimi anni per coprire i deficit energetici delle Canarie sono avanzate solo a metà, con un ritmo lento e diseguale tra le diverse isole. Il risultato è un sistema che arriva alla soglia dell’emergenza con margini ridotti e soluzioni ancora incompiute.

Oggi, per vari motivi, Gran Canaria è l’isola esposta al maggiore rischio di blackout. Da qui nasce l’urgenza del consigliere di Transición Ecológica, Mariano Hernández Zapata. L’urgenza, però, è anche il sintomo di una programmazione che non ha prodotto in tempo le risposte necessarie.

Un concorso risolto solo in parte

All’inizio di febbraio, il Miteco — il Ministerio para la Transición Ecológica y el Reto Demográfico, competente anche in materia di energia — ha chiuso dopo oltre dieci anni di attesa il concorso per rinnovare la potenza elettrica nelle Canarie. Il risultato, però, è stato molto parziale.

Dei 1.000 MW messi a concorso, ne è stato rinnovato appena il 33%. Tenerife e Fuerteventura hanno ottenuto risultati migliori, mentre in altre isole, Gran Canaria compresa, il rinnovo degli impianti è rimasto insufficiente o assente.

Nel caso di Gran Canaria, Endesa ha scelto di non installare nuovi impianti, richiamando la mancanza di chiarezza del sistema retributivo e delle condizioni del concorso. La società si limiterà quindi ad allungare la vita utile delle centrali esistenti. In pratica, l’isola resta appesa a strutture datate, mentre la nuova capacità di generazione continua a non arrivare.

L’unica nuova centrale prevista per Gran Canaria era quella di Sampol, nella Zona Franca del porto di Las Palmas. Il progetto è stato però respinto dal Miteco su richiesta del Governo delle Canarie, che temeva una forte opposizione cittadina e comunale dopo il precedente della centrale di Totisa. Di conseguenza, il deficit persiste.

Il paradosso è evidente: si blocca una soluzione a terra per ragioni politiche, ambientali e sociali, ma ora si cerca una risposta d’emergenza in mare, dentro un porto già sotto pressione.

Il buco dei 100 megawatt

In attesa dell’entrata in funzione delle nuove soluzioni previste da questo concorso, risultato fallimentare per Gran Canaria, il Miteco e il Governo delle Canarie avevano prospettato tre anni fa una serie di progetti espressi che, in teoria, sarebbero dovuti diventare operativi nel giro di pochi mesi.

Il risultato, però, è molto distante dalle previsioni: per ora non è entrato in funzione nemmeno un megawatt, né a Gran Canaria né nel resto dell’arcipelago. Una misura nata per essere rapida è rimasta impantanata, mentre il problema energetico non ha aspettato i tempi della burocrazia.

A ciò si aggiunge un ulteriore problema per Gran Canaria: dei 135 megawatt previsti, sono andati avanti solo due progetti, entrambi a El Goro, per un totale di 35 MW. Uno sarà alimentato a gas, l’altro a gasolio, combustibile più impattante sul piano ambientale. Il risultato è semplice e pesante: la parte coperta è minima rispetto al fabbisogno individuato.

Il quadro resta quindi pesante: mancano ancora 100 MW. Il dato, da solo, basta a misurare la portata della criticità: Gran Canaria resta con un deficit ampio e con un rischio reale di blackout considerato alto.

Una responsabilità politica difficile da eludere

A questo punto, la questione non riguarda soltanto la disponibilità tecnica di nuovi megawatt, ma anche la qualità della gestione politica e amministrativa che ha accompagnato questa vicenda. Gran Canaria non arriva a questa criticità da un giorno all’altro: ci arriva dopo anni di concorsi incompleti, decisioni rinviate, impianti lasciati invecchiare e soluzioni provvisorie presentate come risposte rapide, ma rimaste ferme.

La responsabilità non può essere scaricata solo sulla complessità del sistema energetico o sulle procedure ministeriali. Quando un’isola strategica dell’arcipelago si trova con 100 MW ancora scoperti e con il rischio reale di blackout, significa che la programmazione non ha funzionato. Forse nessuno può essere indicato come unico responsabile, ma il risultato politico è evidente: l’emergenza di oggi è figlia degli errori, delle esitazioni e delle scelte non fatte in tempo.

Le critiche degli ingegneri industriali

Carlos Medina, decano del Colegio de Ingenieros Industriales de Canarias Oriental, l’ordine professionale degli ingegneri industriali della provincia orientale delle Canarie, riconosce che il consigliere ha ereditato una situazione complessa. La direzione intrapresa, però, secondo lui non è quella corretta.

Medina chiede al Governo delle Canarie di esigere dal Ministero per la Transizione Ecologica soluzioni immediate, invece di accettare misure che, a suo giudizio, non risolvono l’emergenza energetica delle isole.

Per Medina, la centrale elettrica galleggiante nel porto è un «autentico sproposito e un errore», figlia di un deficit ancora irrisolto. Il punto è netto: quando la pianificazione non funziona, l’emergenza finisce per dettare l’agenda.

La contraddizione con il caso Totisa

Secondo Medina, l’installazione della centrale elettrica galleggiante è una «sovrana contraddizione». Prima è stata respinta la centrale a gas di Totisa nel porto, da 70 MW, nonostante l’approvazione dell’Autorità Portuale di Las Palmas. Ora, invece, si chiede allo stesso porto di accogliere una nave dotata di centrale elettrica «più contaminante», alimentata a gasolio, in uno scalo già congestionato.

Il problema non è solo tecnico. Una centrale galleggiante a gasolio, ferma nel porto di Las Palmas per un periodo indefinito, aprirebbe anche un fronte ambientale e urbano: emissioni, impatto sull’area portuale e convivenza forzata con una infrastruttura energetica d’emergenza in uno degli spazi logistici più sensibili dell’isola.

La contraddizione è difficile da nascondere: si evita una centrale stabile per timore del rifiuto politico e sociale, poi si valuta una soluzione più provvisoria, più problematica e potenzialmente più invasiva per l’attività portuale.

Il rischio, avverte Medina, è che la nave finisca per entrare davvero in funzione e non resti una misura occasionale.

Una soluzione lontana

Pur ritenendo che nel breve e medio periodo non vi sia una soluzione al deficit elettrico di Gran Canaria, Medina considera che nel lungo periodo esistano opzioni, «anche se tutto dipenderà da ciò che faremo ora e, naturalmente, in futuro, da una buona direzione politica».

Il rischio blackout non è più una formula tecnica: è il conto di anni di ritardi, concorsi parziali, impianti vecchi e decisioni rinviate.

Fino all’arrivo delle soluzioni strutturali, il presidente degli Ingegneri Industriali chiude con una battuta amara: ai cittadini di Gran Canaria non resta che pregare, se credenti, oppure affidarsi alle leggi della statistica.

Una formula ironica, certo, ma anche il segnale più netto della gravità della situazione: quando il margine tecnico si assottiglia, la sicurezza energetica di un’isola non può reggersi sulla fortuna.

 

 

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