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Canarie, la casa e il rischio di una frattura sociale sempre più profonda

La protesta di Schamann riporta nei quartieri il tema dell’emergenza abitativa e mostra un malessere che non può più restare confinato tra statistiche, promesse e dibattiti

✍️ Italiano alle Canarie

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Un segnale dai quartieri

Sabato 20 giugno, a Schamann, quartiere popolare di Las Palmas de Gran Canaria, la protesta per il diritto alla casa è tornata in strada. La manifestazione, convocata in un contesto di crescente tensione abitativa nell’arcipelago, non può essere letta soltanto come un episodio locale. Il suo significato va oltre il singolo corteo, perché arriva in un momento in cui la crisi della casa è ormai diventata una delle grandi ferite sociali delle Canarie.

In quella protesta c’è un segnale politico e sociale che merita attenzione: il disagio sulla casa, dopo anni di articoli, dichiarazioni, servizi televisivi, dibattiti e discussioni sui social, prova a uscire dagli schermi e a tornare fisicamente nei quartieri.

Una crisi che non nasce oggi

Da anni residenti, associazioni, organizzazioni sociali ed economisti denunciano una situazione sempre più difficile, segnata da affitti in crescita, salari incapaci di reggere il peso del mercato immobiliare, giovani costretti a rinviare l’uscita dalla casa dei genitori e famiglie obbligate a destinare una parte sempre più alta del proprio reddito solo per mantenere un tetto sopra la testa.

Il problema, ormai, non riguarda soltanto le persone in condizioni di fragilità estrema, ma tocca lavoratori con un impiego, coppie giovani, pensionati, famiglie monoreddito e cittadini che, pur vivendo dentro il sistema produttivo dell’arcipelago, faticano a trovare un’abitazione dignitosa a un prezzo sostenibile.

Proprio questa è una delle contraddizioni più forti del modello canario. Le isole continuano ad attrarre turismo, investimenti, nuovi residenti e attività economiche legate a un territorio percepito dall’esterno come desiderabile, competitivo e in crescita.

Dall’altra parte, una parte crescente della popolazione locale vive la sensazione opposta: quella di un territorio che diventa ogni anno più caro, più difficile da abitare e meno accessibile per chi ci lavora, ci è nato o ci ha costruito la propria vita.

La casa, in questo contesto, smette di essere soltanto una questione immobiliare e diventa il punto in cui si misura la distanza tra la narrazione della crescita e la vita reale delle persone.

Alloggi pubblici, promesse e cantieri mancati

A rendere ancora più pesante questa frattura c’è il tema degli alloggi pubblici. Per anni si è parlato di piani, nuove formule, interventi futuri, recupero di immobili, suolo disponibile, accelerazione delle procedure e aumento dell’offerta.

La realtà percepita però è molto più semplice e molto più dura: si è discusso tanto, ma si è costruito troppo poco rispetto alla dimensione del problema.

Anche i dati e le dichiarazioni istituzionali degli ultimi anni hanno riconosciuto il lungo blocco dell’edilizia residenziale pubblica e delle abitazioni a protezione ufficiale, con anni in cui la costruzione di nuove abitazioni pubbliche è stata quasi nulla o comunque largamente insufficiente rispetto alla domanda. Quando un’emergenza dura così tanto, le promesse iniziano a perdere forza e il cittadino non misura più la politica dagli annunci, ma dai cantieri che vede aprire, dalle case consegnate e dai tempi concreti con cui una risposta arriva davvero.

Schamann e il peso simbolico del luogo

In questo quadro, la scelta di Schamann assume un significato particolare. Non si tratta di un luogo neutro. Schamann è un quartiere popolare della capitale grancanaria, una zona urbana complessa, attraversata nel tempo da problemi sociali, conflitti e difficoltà quotidiane.

Portare lì la protesta per il diritto alla casa significa collocare il tema dentro un contesto in cui la crisi abitativa non è una formula astratta, ma una realtà concreta fatta di affitti, bollette, stipendi, famiglie, precarietà e futuro negato. La manifestazione non va quindi letta soltanto per il numero dei partecipanti o per il suo impatto immediato, ma per ciò che rappresenta: il tentativo di trasformare un malessere diffuso in presenza pubblica, visibile, territoriale.

Per molti anni, nelle Canarie, il disagio abitativo è stato molto raccontato e molto discusso, ma non sempre accompagnato da una mobilitazione popolare proporzionata alla gravità del problema. Questa osservazione non cancella le proteste che ci sono state, né il lavoro dei collettivi e delle piattaforme che hanno mantenuto viva la questione.

Segnala però una sproporzione evidente tra la quantità di parole prodotte intorno alla crisi della casa e la forza della pressione sociale vista nelle strade.

Il rischio sociale

Il rischio, a questo punto, non è soltanto economico, ma sociale. Una comunità può sopportare per molto tempo difficoltà, sacrifici e incertezze, soprattutto quando percepisce che esiste una direzione, una risposta credibile, una prospettiva di miglioramento.

Molto più difficile è continuare a chiedere pazienza quando i problemi sono noti da anni e le soluzioni sembrano procedere con una lentezza incompatibile con l’urgenza della vita quotidiana.

Schamann, probabilmente, non è ancora la risposta. Non è detto che da questa manifestazione nasca una mobilitazione stabile, né che la protesta riesca a cambiare da sola l’agenda politica.

Il segnale, però, non va sottovalutato. Dopo anni di statistiche, promesse, tavoli tecnici e dichiarazioni, la crisi della casa torna a mostrarsi per quello che è: una ferita sociale aperta.

La domanda oggi non è più se alle Canarie esista una crisi abitativa, questo è ormai evidente. La domanda è per quanto tempo ancora una società potrà sopportare questo status quo.

Schamann, forse, non segna ancora un prima e un dopo, ma potrebbe essere uno di quei segnali che, a distanza di tempo, aiutano a capire quando un malessere smette di essere solo raccontato e comincia a chiedere spazio nella strada.

 

 

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