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Spagna: più occupati, ma più fragili. Cosa raccontano davvero i dati sul lavoro

Alcune luci, ma molte ombre sul mercato del lavoro: dietro i numeri ufficiali persistono fragilità storiche e un maquillage statistico che non cambia la sostanza.

✍️ Italiano alle Canarie

Un mercato del lavoro che migliora nei numeri

I dati definitivi sul mercato del lavoro spagnolo relativi al 2025 delineano una realtà meno brillante rispetto alla narrazione ufficiale e difficilmente riconducibile a un vero successo strutturale.

È innegabile che l’occupazione abbia raggiunto livelli elevati: gli affiliati alla Seguridad Social superano i 21,8 milioni, un dato che, in termini storici, rappresenta un massimo.

Tuttavia, a questo incremento quantitativo non corrisponde un miglioramento altrettanto evidente della qualità complessiva del mercato del lavoro. Il numero dei disoccupati resta infatti intorno ai 2,4 milioni e, soprattutto, la Spagna continua a registrare un tasso di disoccupazione quasi doppio rispetto alla media dell’Unione Europea. Un elemento che da solo è sufficiente a ridimensionare qualsiasi lettura trionfalistica.

Un’anomalia che resiste nel confronto europeo

Il confronto con il resto dell’UE evidenzia una criticità strutturale che accompagna l’economia spagnola da decenni. Secondo le stime basate sui dati Eurostat più recenti, una quota molto significativa dei disoccupati dell’Unione Europea proviene dalla Spagna, collocandosi all’incirca intorno a un quinto del totale. Una sproporzione che non può essere spiegata esclusivamente con fattori ciclici o congiunturali.

Questo dato suggerisce l’esistenza di un problema più profondo, legato al modello produttivo, alla composizione settoriale dell’economia e alla storica difficoltà del Paese nel creare occupazione stabile e ad alto valore aggiunto. Turismo, servizi a bassa produttività e forte stagionalità continuano a rappresentare una parte rilevante del tessuto occupazionale.

Il ruolo dei fijos discontinuos e la lettura delle statistiche

Uno degli aspetti più dibattuti riguarda la diffusione dei fijos discontinuos. Secondo la metodologia ufficiale dell’INE, questi lavoratori vengono classificati come occupati anche nei periodi di inattività e, dal punto di vista giuridico, non risultano disoccupati. Dal punto di vista economico e sociale, però, nei mesi in cui non sono chiamati al lavoro non producono reddito né percepiscono salario.

Il risultato è un miglioramento delle statistiche ufficiali che non sempre riflette un reale rafforzamento della continuità lavorativa. Non si tratta di dati falsi o manipolati, ma di un cambio di perimetro statistico che rende più complessa e, in alcuni casi, meno trasparente la lettura del mercato del lavoro.

Occupazione, salari e produttività: il nodo irrisolto

Il punto centrale resta la distanza tra quantità e qualità del lavoro. La Spagna riesce a creare occupazione, ma fatica a trasformarla in produttività, salari adeguati e stabilità occupazionale. Questo squilibrio si riflette in modo diretto sulla diffusione della povertà lavorativa, che rimane superiore alla media europea.

L’aumento del numero degli occupati, in assenza di un parallelo rafforzamento della produttività e del potere d’acquisto, rischia di tradursi in un miglioramento puramente statistico, senza effetti sostanziali sul benessere reale delle famiglie.

Oltre i numeri, una questione strutturale

Nel complesso, i dati del 2025 non raccontano un collasso del mercato del lavoro spagnolo, ma nemmeno un successo strutturale. Piuttosto restituiscono l’immagine di un sistema sostenuto da un maquillage statistico efficace, ma ancora lontano da una trasformazione profonda e duratura.

Senza un ripensamento del modello economico e produttivo, il rischio è che la distanza tra la narrazione dei numeri e la realtà vissuta da lavoratori e famiglie continui ad ampliarsi.

 

🔍 Fonti: Ministerio de Trabajo y Economía Social; Seguridad Social; INE (Instituto Nacional de Estadística); Eurostat; OCSE

 

 

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