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Jinámar, El Polvorín e La Isleta: i quartieri peggiori secondo i giovani di Las Palmas de Gran Canaria

Uno studio dell’Università di Las Palmas de Gran Canaria analizza le percezioni negative degli adolescenti tra i 15 e i 17 anni e ne indaga le cause

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✍️ Italiano alle Canarie

A Las Palmas de Gran Canaria esistono quartieri che godono di una reputazione migliore rispetto ad altri. Anche a Las Palmas de Gran Canaria alcune zone continuano a essere viste con maggiore diffidenza. Per verificare se questa immagine sia ancora radicata e su quali aree si concentri, uno studio dell’Università di Las Palmas de Gran Canaria (ULPGC) ha quantificato e rappresentato cartograficamente tali giudizi.

La ricerca, intitolata Topofobie adolescenziali come indizio di frammentazione urbana simbolica, ha coinvolto studenti tra i 15 e i 17 anni, ai quali è stato chiesto quale fosse, a loro avviso, la zona peggiore della città e per quali motivi.

Testo completo dello studio: https://accedacris.ulpgc.es/handle/10553/132137

Dalle risposte emergono con maggiore frequenza tre quartieri: Jinámar, El Polvorín e La Isleta.

I quartieri più citati

L’indagine menziona fino a 38 quartieri differenti, ma le risposte si concentrano soprattutto su tre aree: Jinámar, El Polvorín e La Isleta.

Tra gli altri quartieri ricorrenti figurano Las Rehoyas, La Feria del Atlántico, Zárate, il Polígono de San Cristóbal, Schamann e Tamaraceite. Nella maggior parte dei casi si tratta di zone periferiche storicamente legate all’edilizia popolare o a grandi complessi residenziali sviluppati tra gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta.

Le motivazioni del rifiuto

Il senso di insicurezza emerge come la criticità principale segnalata dagli intervistati. Molti adolescenti associano determinati quartieri al rischio di furti, risse o alla presenza di droga, facendo della percezione di pericolo il principale elemento di giudizio negativo.

Il secondo fattore più menzionato riguarda la carenza di servizi urbani, in particolare il trasporto pubblico. I giovani segnalano difficoltà negli spostamenti e la scarsità di attività commerciali, spazi di svago e strutture. Per chi dipende dalla guagua, un quartiere poco collegato può limitare l’autonomia e le opportunità di socializzazione.

L’immagine urbana e le condizioni materiali

Anche la pulizia e lo stato di conservazione incidono sulla valutazione complessiva. Sporcizia, degrado di edifici e strade e mancanza di spazi curati contribuiscono a rafforzare il giudizio negativo. Un ambiente ordinato e ben mantenuto tende invece a trasmettere maggiore sicurezza e qualità della vita.

Con un peso inferiore compaiono altri elementi, quali conflitti sociali legati a povertà, disoccupazione o problemi di convivenza, oltre a fattori ambientali come traffico, rumore e inquinamento.

Il nodo abitativo

Schamann viene indicato come uno dei pochi quartieri in cui sarebbe ancora possibile sostenere un affitto con il salario minimo. Il dato merita una riflessione autonoma, perché evidenzia un equilibrio ormai fragile.

Se anche nelle aree storicamente considerate popolari o periferiche l’accesso alla casa risulta al limite della sostenibilità per chi percepisce lo SMI, la pressione dei canoni non riguarda più soltanto le zone centrali o turistiche, ma si estende all’intero tessuto urbano.

Il problema abitativo assume dunque una dimensione strutturale. Non è confinato ai quartieri più ambiti, ma attraversa la città nel suo complesso, incidendo in modo trasversale su famiglie, giovani e lavoratori a basso reddito. Il fatto che un quartiere come Schamann venga percepito come “accessibile” segnala indirettamente quanto si sia innalzata la soglia dei prezzi nel resto della città.

Riqualificazione e persistenza dell’etichetta negativa

Uno degli aspetti più significativi emersi dallo studio riguarda il divario tra immagine e realtà attuale. Alcuni quartieri segnalati sono stati oggetto di interventi di riqualificazione negli ultimi anni, ma il giudizio negativo sembra essersi mantenuto.

El Polvorín rappresenta un caso emblematico. Nonostante un’importante riqualificazione urbana realizzata tra il 1995 e il 2009, continua a figurare tra le aree più respinte dagli adolescenti. L’etichetta negativa appare dunque persistente anche a fronte di miglioramenti nelle condizioni fisiche e sociali del contesto.

Secondo i ricercatori, molte di queste valutazioni non derivano esclusivamente dall’esperienza diretta: l’immagine dei quartieri si forma anche attraverso racconti familiari, narrazioni mediatiche e contenuti diffusi sui social network, che contribuiscono a consolidare determinate rappresentazioni nel tempo.

Resta tuttavia un elemento di realtà che non può essere ignorato. In alcune di queste aree condizioni di disagio sociale, povertà e degrado urbano sono effettivamente visibili.

Una frattura urbana evidente

La mappa dello studio non è soltanto una fotografia di percezioni adolescenziali. Rappresenta il riflesso di una frattura urbana che attraversa la città e che si manifesta tanto sul piano simbolico quanto su quello materiale.

Identificare intere aree come “non desiderabili” produce conseguenze concrete: allontana investimenti, rafforza l’isolamento sociale e consolida una gerarchia implicita tra quartieri di serie A e quartieri di serie B. La reputazione diventa, in questo senso, un fattore che incide sulle opportunità.

Ridurre tutto a una semplice questione di narrazione sarebbe fuorviante. Le percezioni nascono anche da problemi reali: disagio, carenza di servizi, vulnerabilità sociale. Ignorarli non aiuta. Trasformarli in marchi permanenti rischia, però, di bloccare qualsiasi evoluzione positiva.

 

 

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