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Venezuela, il dopo Maduro premia chi è rimasto

Con il nuovo corso venezuelano, Eni, compagnia italiana, e Repsol, compagnia spagnola, appaiono meglio posizionate per beneficiare del riassetto energetico del Paese.

✍️ Italiano alle Canarie

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Dopo anni di sanzioni, isolamento e retorica democratica, il nuovo Venezuela torna improvvisamente interessante per tutti. Non per una scoperta tardiva delle sue sofferenze, non per un improvviso sussulto morale, ma perché torna a pesare davvero nella mappa dell’energia.

Non appena cambia il potere, si allentano i vincoli, si riforma la legge sugli idrocarburi e si firma un accordo strategico sul gas con Eni e Repsol.

Il lessico ufficiale parla di cooperazione, rilancio, sviluppo, stabilità. Quello reale, invece, suggerisce altro: riapertura degli spazi, ritorno degli interessi, riassetto degli equilibri.

La domanda che resta sul tavolo

La domanda scomoda è semplice: la fine di Maduro è stata solo un passaggio politico o anche l’apertura di una nuova stagione di affari energetici?

Proprio qui la narrazione si fa interessante, perché quando un regime cade tutti parlano di libertà e, quasi subito, arrivano licenze, accordi, investimenti e nuove prospettive di export.

Diventa allora legittimo chiedersi chi stesse davvero aspettando quel cambio di scenario.

Il Cardón IV

I fatti, almeno in parte, parlano da soli: Cardón IV, uno dei più grandi giacimenti offshore di gas dell’America Latina, torna centrale.

L’export rientra nelle prospettive concrete del Paese, gli investitori stranieri ritrovano spazio e due grandi compagnie europee vengono pubblicamente indicate dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez come imprese che sono rimaste in Venezuela senza voltare le spalle al Paese.

Questo non è un dettaglio secondario. Significa che il Venezuela non viene scoperto oggi da Eni e Repsol. Significa, piuttosto, che chi è rimasto sul terreno negli anni più difficili si trova ora in una posizione potenzialmente più favorevole per raccogliere i frutti del nuovo contesto politico, normativo e sanzionatorio.

Chi guadagna davvero

Il punto non è difendere Maduro, che non merita sconti, ma capire chi trae vantaggio quando un regime cade e, subito dopo, il petrolio e il gas tornano a parlare più forte dei diritti, delle sanzioni e dei princìpi.

La domanda non riguarda soltanto Caracas, ma anche gli interessi economici e strategici che si muovono attorno al nuovo equilibrio.

La politica internazionale ama raccontarsi come una battaglia di valori, ma finisce spesso per mostrarsi come una negoziazione di interessi.

Repsol è spagnola. Eni è italiana.

Per questo la domanda riguarda anche noi, e riguarda anche il pubblico italiano che osserva la Spagna e l’Italia dentro una crisi che, almeno in apparenza, sembrava lontana.

Chiama in causa l’Europa che predica in un modo e investe in un altro.

Mette a nudo il confine, sempre più sottile, tra diplomazia, energia e convenienza.

Segna, soprattutto, il momento esatto in cui una crisi smette di essere un dramma geopolitico e comincia a diventare un affare di mercato.

Viene da chiedersi: quanto c’era di principio e quanto, invece, di interesse dietro certe parole d’ordine ripetute per anni sul Venezuela?

 

 

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