Dietro il traguardo esibito da Sánchez restano salari bassi, lavoro povero, fissi-discontinui e una qualità occupazionale che continua a dividere il racconto dalla realtà.
✍️ Italiano alle Canarie
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il record c’è ma non chiude il discorso
La Spagna ha superato per la prima volta quota 22 milioni di affiliati alla Seguridad Social. Pedro Sánchez lo ha celebrato in pompa magna sui social e nei media, come un traguardo storico, presentandolo come la prova di un Paese che corre.
Il numero, in sé, è reale e rilevante. Il punto è che non basta, da solo, a raccontare fino in fondo la qualità del lavoro che c’è dietro.
Confondere il boom degli affiliati con il boom del benessere sarebbe un errore. Avere più persone registrate alla previdenza sociale non significa automaticamente avere più lavoro stabile, meglio pagato o capace di garantire sicurezza economica.
Una parte consistente dell’occupazione spagnola continua infatti a muoversi dentro salari bassi, contratti fragili, stagionalità marcata e una forte dipendenza dai settori a più basso valore aggiunto.
numeri in crescita, qualità discutibile
Sánchez ha rivendicato il risultato come una svolta storica. Dal 2018 a oggi, gli iscritti alla Seguridad Social sono aumentati di quasi 3,4 milioni. Il confronto con gli anni più duri della crisi è impietoso e mostra un miglioramento evidente: nel marzo 2013 la Spagna aveva superato i 5 milioni di disoccupati, mentre oggi i senza lavoro sono scesi sotto i 2 milioni e mezzo.
Nessuno può negare che il mercato del lavoro abbia recuperato terreno, ma sarebbe superficiale fermarsi alla fotografia celebrativa.
Il dato dei 22 milioni riguarda gli affiliati alla previdenza sociale, non una radiografia completa della solidità occupazionale.
Dentro questa crescita convivono infatti molte posizioni deboli, lavori pagati con il salario minimo, impieghi part-time non scelti, contratti formalmente più stabili ma non sempre sinonimo di piena continuità reddituale.
I fissi discontinui
Il caso dei fissi-discontinui resta emblematico. Secondo un’elaborazione di Comisiones Obreras su dati dell’Indagine sulla popolazione attiva dell’Istituto nazionale di statistica spagnolo, nel primo trimestre del 2025 si contavano poco più di 612 mila lavoratori con questa formula contrattuale.
Un’altra stima, diffusa dall’Unión Sindical Obrera sulla base dei dati di fine 2024, indicava invece in circa 812.600 i fissi-discontinui inattivi, cioè formalmente legati a un contratto ma senza lavoro effettivo in quel momento. Proprio questa distanza tra contratto esistente e attività reale rende più opaca la lettura del mercato del lavoro.
Il governo ha insistito molto anche sul calo della precarietà e sull’aumento dei contratti a tempo indeterminato.
Il dato esiste ed è politicamente spendibile. Il problema è che non tutto ciò che appare più stabile lo è anche nella vita concreta delle persone.
Un contratto può risultare indefinito e continuare comunque a muoversi dentro bassi salari, ore ridotte, stagionalità o intermittenza. La precarietà, in altre parole, non sparisce sempre: spesso cambia forma.
Il problema dei salari resta aperto
C’è poi la questione decisiva delle retribuzioni. La Spagna crea lavoro, ma una parte importante di questo lavoro continua a essere pagata poco. Il salario minimo ha protetto molte fasce deboli e ha sostenuto i redditi più bassi, ma allo stesso tempo segnala un’altra verità meno comoda: una quota ampia di occupazione resta agganciata a livelli salariali modesti. Il problema, quindi, non è solo quanti lavorano, ma quanto guadagnano davvero per vivere con dignità.
Questo pesa soprattutto nelle grandi aree urbane e nei territori dove il costo della vita corre più dei salari. In questi contesti, il record occupazionale rischia di diventare un paradosso: si lavora di più, ma non necessariamente si vive meglio. Affitto, bollette, trasporti e spesa assorbono quote sempre più pesanti del reddito, svuotando la portata reale di molti stipendi.
Donne e giovani: avanzamento reale, ma non efficace
I dati sull’occupazione femminile e giovanile restano comunque significativi e meritano di essere letti senza pregiudizi.
Le donne iscritte alla Seguridad Social sono quasi 10,4 milioni, con circa 1,8 milioni in più rispetto al 2018. Anche l’occupazione giovanile è cresciuta in modo marcato. Sono segnali importanti, soprattutto se confrontati con gli anni in cui per molti giovani trovare lavoro era quasi impossibile. Sarebbe però ingenuo scambiare l’accesso al lavoro con la soluzione del problema. Entrare nel mercato del lavoro è un passo avanti, ma restarci è un’altra cosa.
Il confronto con l’Italia, su questo piano, continua a favorire nettamente la Spagna almeno sul versante femminile.
In Italia lavora poco più di una donna su due, mentre in Spagna il tasso di occupazione femminile nel 2024 ha superato il 65 per cento. Il divario è reale e racconta un dinamismo che l’Italia continua a inseguire.
Anche qui, però, la lettura non dovrebbe fermarsi alla superficie: più occupazione femminile è un dato positivo, ma resta da capire quanta parte di quel lavoro sia davvero solida, ben retribuita e compatibile con un progetto di vita stabile.
Il dato è storico ma non risolutivo
La Spagna, insomma, può rivendicare un record storico. Sánchez ha buoni motivi per esibirlo come successo politico, ma ridurre però tutto a una celebrazione sarebbe una narrazione comoda, non una lettura completa.
I 22 milioni di affiliati mostrano che il lavoro cresce. Non dimostrano, da soli, che il lavoro basti.
Il vero spartiacque non è soltanto avere più occupati. È capire se dietro quei numeri ci siano salari adeguati, continuità, prospettive e tenuta sociale.
Finché una parte consistente del lavoro resterà povera, intermittente o compressa su livelli retributivi bassi, il record potrà anche essere storico, ma non basterà a nascondere una verità più scomoda: in Spagna si può lavorare di più senza per questo smettere di restare economicamente fragili.


