I migliori 5 articoli
di questa settimana

Articoli correlati

Allarme coste alle Canarie: si perde un chilometro ogni tre mesi

Un’indagine rivela una crisi del litorale senza precedenti.

✍️ Italiano alle Canarie

Tempo di lettura: 5 minuti

Il quadro che emerge dall’indagine della Fundación Canarina e dell’Observatorio de la Sostenibilidad è pesante: quasi un quinto del suolo costiero delle Canarie è già stato artificializzato e 291 dei 403 punti di scarico in mare operano senza alcuna autorizzazione. Un dato che trasforma la crisi del litorale in una vera emergenza ambientale.

Il Governo regionale CC-PP continua intanto a difendere una legge sulle coste definita “sostenibile”, mentre appoggia progetti come Cuna del Alma, nel sud di Tenerife, e respinge la richiesta di fermare La Tejita, sempre a Tenerife, nell’area di El Médano.

I dati non lasciano più spazio ai dubbi: le Canarie hanno un problema con il proprio litorale. Ogni anno l’arcipelago perde quattro chilometri di costa naturale a causa dell’artificializzazione. In termini concreti, ogni tre mesi scompare un chilometro di costa naturale, trasformato dall’attività umana in superfici artificiali.

Il 18% del territorio situato nella fascia dei primi 500 metri dal mare è già stato trasformato principalmente dall’urbanizzazione. Al di fuori delle aree protette, questa percentuale supera il 40% in diverse isole.

Sono alcune delle principali conclusioni di SOS Costas Canarias, definito come “la prima e unica diagnosi pubblica e rigorosa” sul reale stato del litorale canario, presentato dalla Fundación Canarina e dall’Observatorio de la Sostenibilidad.

Turistificazione: il motore della distruzione costiera

Il rapporto punta direttamente il dito contro la turistificazione, indicata come il principale motore della devastazione costiera.

Il 96% dei turisti che visitano le Canarie si concentra in quattro isole — Gran Canaria, Tenerife, Fuerteventura e Lanzarote — e all’interno di queste l’88% si distribuisce in appena 16 comuni.

L’arcipelago raggiunge un indice vicino a 20 posti letto turistici ogni 100 abitanti, quasi cinque volte superiore alla media nazionale.

Due comuni, Adeje e San Bartolomé de Tirajana, ricevono insieme quattro milioni di turisti all’anno. In altre cinque località — Yaiza, Pájara, Mogán, San Bartolomé de Tirajana e Adeje — i posti turistici superano già il numero dei residenti.

Questa concentrazione genera investimenti continui sugli stessi punti del litorale e alimenta tensioni sempre più evidenti con la conservazione del territorio.

Nel 2025 le Canarie hanno accolto 18,4 milioni di turisti, con una permanenza media di sette notti per persona. Secondo l’ISTAC, questo equivale a una presenza simultanea media di circa 300 mila visitatori al giorno nell’arcipelago.

Alla pressione turistica si aggiunge una perdita massiccia di suolo agricolo nella fascia costiera.

Degli 80 mila ettari storicamente coltivati entro i primi cinque chilometri dal mare, oggi resta attivo soltanto il 38%. A Fuerteventura il collasso appare ancora più grave: appena il 9% di quei terreni continua a essere produttivo.

80 mila persone a rischio inondazione marina

Il rapporto evidenzia anche i rischi legati all’occupazione del territorio. Le inondazioni rappresentano il 69% degli indennizzi erogati dal Consorcio de Compensación de Seguros per le catastrofi naturali in Spagna.

Le Canarie non fanno eccezione: circa 80 mila persone risultano esposte a inondazioni marine in 54 comuni costieri, mentre altre 11.400 vivono in aree a rischio vicine ai barrancos.

“Se si continua a costruire in queste zone ci sarà una popolazione sempre più esposta e il pericolo aumenterà in questo scenario di cambiamento climatico che stiamo vivendo”, afferma Fernando Prieto, direttore dell’Observatorio de la Sostenibilidad.

Lo studio avverte inoltre che quasi tutte le centrali termoelettriche dell’arcipelago risultano esposte a inondazioni marine e che un’emergenza di questo tipo potrebbe compromettere l’approvvigionamento idrico, colpendo gli impianti di desalinizzazione.

Quasi la metà del territorio soggetto a rischio di inondazione è già classificato come urbano o risulta già urbanizzato, “un problema molto grave se non si corregge la pianificazione territoriale”, sottolinea Anne Striewe, direttrice della Fundación Canarina.

291 punti di scarico in mare senza autorizzazione

Gli scarichi in mare rappresentano probabilmente l’aspetto più inquietante emerso dal rapporto.

Nel 2025 risultano censiti 403 punti di scarico nell’arcipelago, dei quali 291 privi di autorizzazione. A El Hierro il 100% degli scarichi opera fuori dalla legalità, mentre a La Palma la percentuale raggiunge l’88%.

La situazione appare ancora più delicata considerando che 94 di questi punti scaricano direttamente in aree appartenenti alla Red Natura 2000, zone europee di speciale protezione ambientale.

Gli emissari autorizzati sono soltanto 112. Tenerife concentra quasi la metà dei punti di scarico, seguita da Gran Canaria, mentre le altre isole presentano numeri più contenuti.

La distribuzione conferma un legame evidente tra scarichi, densità abitativa e pressione turistica. Il dato più critico riguarda però la qualità degli impianti: oltre il 70% dei punti è costituito da semplici scarichi che finiscono in mare senza sistemi adeguati di dispersione, mentre soltanto il 13% utilizza condotte sottomarine che scaricano al largo, considerate la soluzione tecnicamente più corretta.

Secondo il rapporto, nelle Canarie esistono più di 20 impianti industriali che scaricano direttamente in mare. Tra le emissioni figurano composti organici persistenti, metalli pesanti, pesticidi e altre sostanze inquinanti.

Una realtà scomoda

Il documento sostiene che la figura della “dichiarazione di interesse insulare o autonomico”, introdotta dalla Legge 4/2017, venga utilizzata sistematicamente per aggirare i normali meccanismi di controllo urbanistico e ambientale.

Secondo il documento, questi progetti aumentano nella maggior parte dei casi la pressione sugli spazi protetti, consumano risorse idriche scarse e generano nuova domanda energetica in territori già saturi.

Si tratta del primo studio di questo tipo reso pubblico nelle Canarie, circostanza che evidenzia anche la storica mancanza di dati sul litorale dell’arcipelago.

A elaborarlo non è stata l’amministrazione pubblica, bensì una fondazione insieme a un osservatorio indipendente. Un elemento che, secondo gli autori, riflette chiaramente lo stato della governance costiera nelle isole.

I numeri appaiono difficilmente reversibili. Gli autori insistono però sul fatto che esista ancora margine per intervenire, a condizione che le istituzioni riconoscano l’urgenza della situazione.

La domanda, sottolineano, è se si agirà prima che quei quattro chilometri di costa persi ogni anno diventino una cifra impossibile da recuperare.

Misure urgenti e possibili soluzioni

Il rapporto chiede al Governo regionale e ai Cabildos di fermare in via cautelativa i nuovi progetti urbanistici nelle aree costiere più sotto pressione e di aprire una revisione tecnica dei Piani Insulari di Ordinamento.

Per i promotori di SOS Costas Canarias, ogni nuovo suolo edificabile approvato sulla costa rappresenta “un passo irreversibile” verso la perdita di un patrimonio naturale, sociale ed economico di valore incalcolabile.

Fernando Prieto, responsabile dello studio, sintetizza così il bivio: “Le Canarie devono scegliere tra uno scenario di collasso, con sempre più turisti, maggiore distruzione della costa e più disuguaglianza, oppure uno scenario di adattamento al cambiamento climatico, con meno turismo, minore disuguaglianza e maggiore conservazione del territorio”.

Lo studio, composto da quasi 700 pagine, è stato presentato alla Facoltà di Scienze dell’Università di La Laguna e sarà disponibile gratuitamente nelle prossime settimane sul sito della Fundación Canarina.

Sulla via del non ritorno

Il quadro finale che emerge da SOS Costas Canarias è difficile da addolcire: il litorale dell’arcipelago appare segnato da artificializzazione, pressione turistica, scarichi irregolari, perdita di suolo agricolo e crescente esposizione ai rischi climatici.

Non si parla più soltanto di tutela ambientale, ma di un territorio costiero arrivato a un punto critico, con danni in parte già consumati e difficilmente reversibili.

Secondo quanto riportato dalla Fundación Canarina e dall’Observatorio de la Sostenibilidad, il margine d’azione esiste ancora, ma non per tornare indietro: piuttosto per fermare l’avanzata del danno, contenere ciò che può ancora essere contenuto e impedire che la crisi del litorale canario diventi una normalità irreparabile.

 

 

Articoli popolari