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Sanità in Spagna, cade il mito: per la prima volta la maggioranza dei cittadini boccia il sistema

Un sondaggio ufficiale del Ministero della Sanità certifica il crollo della fiducia: l’eccellenza del modello non è in discussione, ma l’efficienza è sempre più in affanno. Anni di tagli e sottofinanziamento, insieme a una crisi strutturale, si fanno sentire su un sistema costantemente sotto pressione.

✍️ Italiano alle Canarie

Il 17 dicembre è apparso sul sito della Radiotelevisione Spagnola (RTVE) un sondaggio che può essere letto come un indicatore significativo dello stato di salute percepito del sistema sanitario spagnolo.

Come ogni rilevazione demoscopica, il barometro è discutibile e non esaustivo. Tuttavia, per la prima volta, i risultati mettono nero su bianco un dato politicamente e socialmente rilevante: la maggioranza, seppur risicata, degli spagnoli esprime un giudizio negativo o comunque non soddisfacente sulla sanità pubblica.

Un passaggio non secondario per un sistema sanitario che per decenni è stato considerato, anche all’estero, un modello di riferimento.

Questo cambio di percezione non nasce nel vuoto. Dopo la crisi economico-finanziaria del 2008, la sanità pubblica spagnola è stata interessata da una lunga fase di contenimento della spesa e di tagli, soprattutto tra il 2010 e il 2014, che hanno inciso su investimenti, personale e capacità organizzativa. Nonostante l’aumento della spesa negli anni successivi e dopo la pandemia, diversi indicatori mostrano che il sistema non ha recuperato pienamente il terreno perso, restando sotto la media di molti Paesi dell’Unione Europea per dotazione di risorse.

Anche in questo caso, la narrazione rassicurante si scontra con i dati e con la percezione reale dei cittadini.

I dati del sondaggio

Il 50,2% degli intervistati dal Centro de Investigaciones Sociológicas (CIS) ritiene che il sistema sanitario necessiti di cambiamenti fondamentali o profondi nel suo funzionamento. Solo il 48,5% considera che funzioni bene, una quota inferiore di 21 punti percentuali rispetto al periodo precedente alla pandemia.

Si tratta di un dato senza precedenti nella serie storica avviata nel 1995, che segnala un livello di insoddisfazione mai registrato prima.

Alla domanda iniziale del barometro — «Quale delle seguenti affermazioni esprime meglio la sua opinione sul sistema sanitario nel nostro Paese?» — le risposte si distribuiscono come segue: «In generale funziona piuttosto bene» (12,0%); «Funziona bene, anche se sono necessari alcuni cambiamenti» (36,5%); «Necessita di cambiamenti fondamentali, anche se alcune cose funzionano» (28,9%); «Funziona male e necessita di cambiamenti profondi» (21,3%); «Non sa» (0,6%); «Non risponde» (0,6%).

Un consenso in calo rispetto al periodo pre-pandemico

Il confronto storico evidenzia un netto peggioramento. Nel 2019, prima della pandemia, il 69,7% degli intervistati esprimeva una valutazione positiva. Nell’ultimo rapporto, il consenso risulta inferiore di 21 punti percentuali rispetto al periodo pre-Covid.

Nel rapporto — basato su oltre 2.400 interviste e rappresentativo a livello nazionale — la sanità pubblica ottiene una valutazione media di 5,89 punti su 10, in calo rispetto ai 6,13 di un anno fa e ai 6,79 del 2019.

Assistenza primaria: alta fruizione, ma crescono le criticità

L’82,3% della popolazione si è rivolto almeno una volta, nell’ultimo anno, a un medico di famiglia del servizio pubblico. Tra questi, la valutazione positiva dell’assistenza ricevuta raggiunge l’80,1%, quattro punti in meno rispetto a un anno fa.

Il personale infermieristico ottiene una valutazione media di 8,04 su 10, mentre il personale medico si attesta a 7,76, confermandosi come gli aspetti meglio giudicati del servizio. Il 16,8% delle consultazioni si è svolto per via telefonica, una modalità ancora ampiamente accettata dagli utenti.

Tempi di attesa e ricorso alle urgenze

Solo il 22% delle persone che si sono rivolte al medico di famiglia è stato visitato lo stesso giorno o il giorno successivo alla richiesta di appuntamento. Negli altri casi, il tempo medio di attesa è stato di 9,78 giorni.

Tra chi ha incontrato difficoltà di accesso — il 23,7% degli intervistati — il 53,3% si è rivolto a un servizio di emergenza, mentre il 29,3% ha dichiarato che, al momento dell’appuntamento, la visita non era più necessaria.

Ospedali, sanità privata e diagnostica

L’assistenza ospedaliera durante il ricovero ottiene una valutazione positiva dell’83,7%, cinque punti in più rispetto alla seconda ondata dell’indagine. Il 31% della popolazione dispone di un’assicurazione sanitaria privata, ma il 65,6% di questi preferisce comunque la sanità pubblica in caso di malattia grave.

Nel 2024 il 20% della popolazione si è sottoposto a un’ecografia, il 16,5% a una TAC e il 15,3% a una risonanza magnetica. Le colonscopie restano l’esame con il tempo medio di attesa più elevato, pari a 109,8 giorni.

Crisi degli screening e casi controversi

La valutazione critica del sistema coincide con un periodo di forti tensioni. Nel mese di novembre è emerso lo scandalo dei programmi di screening in Andalusia, dove oltre 2.000 donne non sono state avvisate per ripetere le mammografie. A ciò si aggiunge il caso dell’Ospedale di Torrejón, dove è stato rivelato il rifiuto di pazienti per motivi economici, riaprendo il dibattito sulla gestione della sanità pubblica.

Una sanità sotto pressione, oltre la retorica

Il barometro restituisce l’immagine di un sistema che continua a reggersi sulla professionalità di medici e infermieri, ma sempre più fragile sul piano organizzativo. Liste d’attesa in allungamento, difficoltà di accesso alla medicina di base e ricorso crescente alle urgenze delineano una sanità in affanno, incapace di recuperare l’efficienza di un tempo.

L’emergenza influenzale di questi giorni ha rappresentato l’ennesimo stress test di una crisi strutturale. Anche qui, la distanza tra narrazione istituzionale e percezione quotidiana dei cittadini appare evidente: un divario che i numeri non consentono più di ignorare.

 

 

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